L’uso di siti condivisi come strumento di lavoro, di costruzione e di condivisione della conoscenza in “comunità di apprendimento” e/o “comunità di pratica” va-riamente formalizzate è indubbiamente una delle caratteristiche della cosiddetta società della conoscenza. Il fenomeno riguarda tutti gli individui e i contesti e coinvolge tutte le categorie professionali, a partire da quelle che operano specifi-camente nel campo dell’informazione e della comunicazione. Gli insegnanti e tutti coloro che si muovono nel campo dell’educazione rientrano a pieno titolo in que-ste ultime categorie. In questa complessità di forme, la realtà del social networking si presenta come estremamente multidimensionale e magmatica. Emerge in particolare il problema del coordinamento degli interventi all’interno dei gruppi o delle vere o proprie community. Le soluzioni non sono semplici e danno luogo ad una sorta di anti-nomia tra forme guidate (gruppi/community che identificano specifici ruoli di co-ordinamento, di valutazione, di decisione) e forme spontanee (gruppi/community in cui tutti i partecipanti si muovo in una logica di assoluta paritarietà dei ruoli): le prime, riproponendo di fatto modelli top-down, corrono il rischio di uscire dai confini per così dire socio-costruttivistici che caratterizzano la cultura del Web di nuova generazione; le seconde rischiano a loro volta il caos, la sostanziale inutilità all’interno di ambienti addizionali nei quali gli interventi si accostano l’uno all’altro senza dar luogo a progressi condivisi, a conclusioni unitarie. Il problema posto nell’articolo nasce da questo contesto antinomico e riguarda ap-punto il come progettare e realizzare forme di coordinamento/monitoraggio di un sito condiviso che siano nello stesso tempo strutturalmente rispettose di un ap-proccio bottom-up e capaci di produrre condivisione ed evoluzione delle cono-scenze condivise: la proposta, presentata di seguito, consiste nell’effettuare un monitoraggio che riprenda le logiche degli interventi di “scaffolding”.

Monitorare siti condivisi: una proposta di scaffolding

FABBRI, MANUELA;GUERRA, LUIGI;PACETTI, ELENA
2010

Abstract

L’uso di siti condivisi come strumento di lavoro, di costruzione e di condivisione della conoscenza in “comunità di apprendimento” e/o “comunità di pratica” va-riamente formalizzate è indubbiamente una delle caratteristiche della cosiddetta società della conoscenza. Il fenomeno riguarda tutti gli individui e i contesti e coinvolge tutte le categorie professionali, a partire da quelle che operano specifi-camente nel campo dell’informazione e della comunicazione. Gli insegnanti e tutti coloro che si muovono nel campo dell’educazione rientrano a pieno titolo in que-ste ultime categorie. In questa complessità di forme, la realtà del social networking si presenta come estremamente multidimensionale e magmatica. Emerge in particolare il problema del coordinamento degli interventi all’interno dei gruppi o delle vere o proprie community. Le soluzioni non sono semplici e danno luogo ad una sorta di anti-nomia tra forme guidate (gruppi/community che identificano specifici ruoli di co-ordinamento, di valutazione, di decisione) e forme spontanee (gruppi/community in cui tutti i partecipanti si muovo in una logica di assoluta paritarietà dei ruoli): le prime, riproponendo di fatto modelli top-down, corrono il rischio di uscire dai confini per così dire socio-costruttivistici che caratterizzano la cultura del Web di nuova generazione; le seconde rischiano a loro volta il caos, la sostanziale inutilità all’interno di ambienti addizionali nei quali gli interventi si accostano l’uno all’altro senza dar luogo a progressi condivisi, a conclusioni unitarie. Il problema posto nell’articolo nasce da questo contesto antinomico e riguarda ap-punto il come progettare e realizzare forme di coordinamento/monitoraggio di un sito condiviso che siano nello stesso tempo strutturalmente rispettose di un ap-proccio bottom-up e capaci di produrre condivisione ed evoluzione delle cono-scenze condivise: la proposta, presentata di seguito, consiste nell’effettuare un monitoraggio che riprenda le logiche degli interventi di “scaffolding”.
M. Fabbri; L. Guerra; E. Pacetti
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