Il gioco di parole che ci siamo concessi nel riprendere il titolo del celebre saggio di Walter Benjamin si presta a descrivere gli effetti di una rivoluzione tecnologica molto discussa e che la comunità umana sente imminente. Le conseguenze culturali e antropologiche della possibilità di riprodurre attraverso la tecnica il manufatto artistico umano erano rilevanti non meno di quanto possano esserlo quelle che si presentano nel momento in cui oggetto della riproduzione è l’umano stesso. Questo saggio propone una riflessione su alcuni racconti di fantascienza in cui sono descritti robot antropomorfi capaci di agire e pensare secondo modi che richiedono l’emersione della coscienza e dell’inconscio, quanto ci appare di più umano e misterioso allo stesso tempo. La lente utilizzata per affrontare un tema così vasto e complesso è quella del dialogo tra l’essere umano e la macchina, tra paradigma indiziario e seduta psicoanalitica. La riflessione muove da alcune opere che, tra letteratura, cinema e serie TV, hanno declinato questo tema con diverse sfumature: l’interrogatorio volto a determinare il malfunzionamento o l’inganno della macchina nei racconti Liar! (1971) e Mirror Image (1972) di Isaac Asimov; le sedute atte a stabilire la natura umana o macchinica del soggetto inquisito in Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968) di Philip K. Dick e nel film Blade Runner (1982) di Ridley Scott; i dialoghi tra programmatori e androidi della serie TV Westworld (2016–) di Jonathan Nolan e Lisa Joy. Particolarmente rilevante ai fini di questo studio è Westworld, che mette in scena il manifestarsi dell’inconscio nell’intelligenza artificiale. Ossimoro che unisce l’inconscio e il suo contrario, l’artificio, il racconto dell’inconscio artificiale è una vera e propria rappresentazione dell’impossibile.

L’umano nell’epoca della riproducibilità tecnica: l’inconscio artificiale nella fantascienza

Emanuela Piga Bruni
2019

Abstract

Il gioco di parole che ci siamo concessi nel riprendere il titolo del celebre saggio di Walter Benjamin si presta a descrivere gli effetti di una rivoluzione tecnologica molto discussa e che la comunità umana sente imminente. Le conseguenze culturali e antropologiche della possibilità di riprodurre attraverso la tecnica il manufatto artistico umano erano rilevanti non meno di quanto possano esserlo quelle che si presentano nel momento in cui oggetto della riproduzione è l’umano stesso. Questo saggio propone una riflessione su alcuni racconti di fantascienza in cui sono descritti robot antropomorfi capaci di agire e pensare secondo modi che richiedono l’emersione della coscienza e dell’inconscio, quanto ci appare di più umano e misterioso allo stesso tempo. La lente utilizzata per affrontare un tema così vasto e complesso è quella del dialogo tra l’essere umano e la macchina, tra paradigma indiziario e seduta psicoanalitica. La riflessione muove da alcune opere che, tra letteratura, cinema e serie TV, hanno declinato questo tema con diverse sfumature: l’interrogatorio volto a determinare il malfunzionamento o l’inganno della macchina nei racconti Liar! (1971) e Mirror Image (1972) di Isaac Asimov; le sedute atte a stabilire la natura umana o macchinica del soggetto inquisito in Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968) di Philip K. Dick e nel film Blade Runner (1982) di Ridley Scott; i dialoghi tra programmatori e androidi della serie TV Westworld (2016–) di Jonathan Nolan e Lisa Joy. Particolarmente rilevante ai fini di questo studio è Westworld, che mette in scena il manifestarsi dell’inconscio nell’intelligenza artificiale. Ossimoro che unisce l’inconscio e il suo contrario, l’artificio, il racconto dell’inconscio artificiale è una vera e propria rappresentazione dell’impossibile.
2019
Emanuela Piga Bruni
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