La complessità insita nell’esperienza della migrazione - personale e diretta o vissuta dai figli/e attraverso i percorsi genitoriali e familiari - comporta per l’individuo, anche, il compito di gestire due o più lingue, in una condizione di drastici cambiamenti e delicati equilibri da mantenere e/o ridefinire, ricostituire; una condizione entro la quale, auspicabilmente, strutturare un’identità che possa accogliere e riconoscere in sé la pluralità dei tanti tasselli culturali ed esperienziali che contribuiscono a svilupparla (Lorenzini, 2017; 2020), base necessaria di una crescita armoniosa. La scuola e i contesti educativi in genere hanno la responsabilità di tenere conto dei patrimoni linguistici che portano con sé coloro che giungono in un nuovo contesto e di agire nella consapevolezza che una lingua non è un guanto, uno strumento usa e getta e non può semplicemente essere tolta per indossarne un’altra, poiché innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali (De Mauro). Nella consapevolezza che mediante i primi contatti comunicativi con l’ambiente circostante i bambini/e non acquisiscono soltanto una lingua quale strumento di espressione, ma anche regole, rappresentazioni e significati condivisi. Interiorizzano una logica e un ordine concettuale che struttura e modella, fa comprendere qual è il proprio posto nel mondo. Poiché attraverso quella lingua costruiscono giorno dopo giorno la loro identità (Favaro. È possibile fare di tali “patrimoni” una risorsa a disposizione di tutte/i in senso plurale, alloctoni e nativi? Quale apporto può dare la prospettiva pedagogica ed educativa interculturale in raccordo con altre discipline?

Plurilinguismo e accoglienza delle lingue di provenienza delle bambine e dei bambini di origine straniera nei contesti educativi e scolastici

Stefania Lorenzini
2021

Abstract

La complessità insita nell’esperienza della migrazione - personale e diretta o vissuta dai figli/e attraverso i percorsi genitoriali e familiari - comporta per l’individuo, anche, il compito di gestire due o più lingue, in una condizione di drastici cambiamenti e delicati equilibri da mantenere e/o ridefinire, ricostituire; una condizione entro la quale, auspicabilmente, strutturare un’identità che possa accogliere e riconoscere in sé la pluralità dei tanti tasselli culturali ed esperienziali che contribuiscono a svilupparla (Lorenzini, 2017; 2020), base necessaria di una crescita armoniosa. La scuola e i contesti educativi in genere hanno la responsabilità di tenere conto dei patrimoni linguistici che portano con sé coloro che giungono in un nuovo contesto e di agire nella consapevolezza che una lingua non è un guanto, uno strumento usa e getta e non può semplicemente essere tolta per indossarne un’altra, poiché innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali (De Mauro). Nella consapevolezza che mediante i primi contatti comunicativi con l’ambiente circostante i bambini/e non acquisiscono soltanto una lingua quale strumento di espressione, ma anche regole, rappresentazioni e significati condivisi. Interiorizzano una logica e un ordine concettuale che struttura e modella, fa comprendere qual è il proprio posto nel mondo. Poiché attraverso quella lingua costruiscono giorno dopo giorno la loro identità (Favaro. È possibile fare di tali “patrimoni” una risorsa a disposizione di tutte/i in senso plurale, alloctoni e nativi? Quale apporto può dare la prospettiva pedagogica ed educativa interculturale in raccordo con altre discipline?
Stefania Lorenzini
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