Molti critici hanno individuato nella prosa di Nekrasova un carattere fiabesco (skazočnaja proza), legato sia alle funzioni dei personaggi principali, che possono pienamente rientrare tra quelle descritte da Propp, sia alla visione della protagonista che si conforma al modo in cui i bambini percepiscono la realtà, cioè al pensiero animistico, in cui i rapporti con il mondo inanimato ricalcano quelli con il mondo animato delle persone. Oltre che per i tratti formali, il romanzo di Nekrasova può senza dubbio richiamare le fiabe per l’essenza stessa della storia narrata: si tratta infatti del racconto di una trasformazione, del superamento di una prova che, a rischio della vita stessa della protagonista, le permette di accedere al mondo degli adulti, ricalcando le tappe di un “rito di passaggio” secondo la descrizione di Van Gennep a cui si rifa Propp quando, in “Le radici storiche dei racconti di fate”, identifica nelle fiabe le tracce di questi riti. Molti critici hanno tuttavia sostenuto che la peculiarità del romanzo sia da attribuire piuttosto, come emerge dalla trama, a uno sguardo disincantato, quindi apparentemente non fiabesco, capace di raccontare la noia e il grigiore della vita quotidiana caratteristici degli scenari delle periferie della Russia post-sovietica. Sulla scorta di una definizione proposta dalla stessa autrice (“realismo magico sociale”), di alcune riflessioni di D. Bykov sul punto di vista dei bambini, l’unico paradossalmente in grado di offrire attraverso il linguaggio una percezione straniante, veritiera e “disautomatizzata” della realtà, e infine della prospettiva critica che inserisce Nekrasova nel novero delle migliori voci della “prosa femminile” contemporanea, in questo saggio viene argomentata la tesi di una sintesi felice tra dettagliato realismo e dimensione magica della narrazione. La chiave di volta di questa operazione di integrazione tra sfere apparentemente antitetiche può ritrovarsi proprio nella visione fantastica ma contemporaneamente “non inquinata” di Katja, la protagonista, e nel funzionamento stesso del genere fiabesco. Come sostiene Bettelheim, infatti, le fiabe, benché irreali, non sono false, poiché quanto vi è narrato avviene realmente come esperienza interiore e sviluppo personale. La verità offerta dalla letteratura è sempre, non solo quando appaiono elementi fiabeschi, la verità della nostra immaginazione, dunque manifesta una logica fantastica, simile anche a quella dei sogni. Lungi dal rappresentare una fuga consolatoria, essa costituisce al contrario un elemento del reale, “una chiave interpretativa che permette di ‘mettere a fuoco’ questioni fondamentali”, altrimenti diluite e disperse in una descrizione puramente cronachistica dei fatti. Una storia è vera perché, tramite la finzione, contribuisce alla comprensione della realtà da parte del lettore, ha qualcosa di illuminante da dirgli riguardo alle principali questioni dell’esistenza.

La verità profonda della finzione

Francesca Biagini
2020

Abstract

Molti critici hanno individuato nella prosa di Nekrasova un carattere fiabesco (skazočnaja proza), legato sia alle funzioni dei personaggi principali, che possono pienamente rientrare tra quelle descritte da Propp, sia alla visione della protagonista che si conforma al modo in cui i bambini percepiscono la realtà, cioè al pensiero animistico, in cui i rapporti con il mondo inanimato ricalcano quelli con il mondo animato delle persone. Oltre che per i tratti formali, il romanzo di Nekrasova può senza dubbio richiamare le fiabe per l’essenza stessa della storia narrata: si tratta infatti del racconto di una trasformazione, del superamento di una prova che, a rischio della vita stessa della protagonista, le permette di accedere al mondo degli adulti, ricalcando le tappe di un “rito di passaggio” secondo la descrizione di Van Gennep a cui si rifa Propp quando, in “Le radici storiche dei racconti di fate”, identifica nelle fiabe le tracce di questi riti. Molti critici hanno tuttavia sostenuto che la peculiarità del romanzo sia da attribuire piuttosto, come emerge dalla trama, a uno sguardo disincantato, quindi apparentemente non fiabesco, capace di raccontare la noia e il grigiore della vita quotidiana caratteristici degli scenari delle periferie della Russia post-sovietica. Sulla scorta di una definizione proposta dalla stessa autrice (“realismo magico sociale”), di alcune riflessioni di D. Bykov sul punto di vista dei bambini, l’unico paradossalmente in grado di offrire attraverso il linguaggio una percezione straniante, veritiera e “disautomatizzata” della realtà, e infine della prospettiva critica che inserisce Nekrasova nel novero delle migliori voci della “prosa femminile” contemporanea, in questo saggio viene argomentata la tesi di una sintesi felice tra dettagliato realismo e dimensione magica della narrazione. La chiave di volta di questa operazione di integrazione tra sfere apparentemente antitetiche può ritrovarsi proprio nella visione fantastica ma contemporaneamente “non inquinata” di Katja, la protagonista, e nel funzionamento stesso del genere fiabesco. Come sostiene Bettelheim, infatti, le fiabe, benché irreali, non sono false, poiché quanto vi è narrato avviene realmente come esperienza interiore e sviluppo personale. La verità offerta dalla letteratura è sempre, non solo quando appaiono elementi fiabeschi, la verità della nostra immaginazione, dunque manifesta una logica fantastica, simile anche a quella dei sogni. Lungi dal rappresentare una fuga consolatoria, essa costituisce al contrario un elemento del reale, “una chiave interpretativa che permette di ‘mettere a fuoco’ questioni fondamentali”, altrimenti diluite e disperse in una descrizione puramente cronachistica dei fatti. Una storia è vera perché, tramite la finzione, contribuisce alla comprensione della realtà da parte del lettore, ha qualcosa di illuminante da dirgli riguardo alle principali questioni dell’esistenza.
Quanto manca alla sera
171
185
Francesca Biagini
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