«Un’arte che presta una voce a tutto ciò che resta soffocato nel mondo e alle ragioni che non trovano riconoscimento da parte degli ordini costituititi», scriveva nel 1973 Francesco Orlando, in un’epoca in cui i concetti di repressione e represso erano al centro di discorsi e movimenti. Se è vero che tali concetti continuano ad essere al centro dell’attualità, è anche vero che le loro manifestazioni diventano parte del divenire storico e di quel costante processo di rielaborazione della memoria che lo accompagna. Questo significa che, nel caso di una letteratura che racconta il passato da una prospettiva contro-egemonica, l’ascolto delle voci represse si complica con la ricerca delle tracce sommerse nel fondale stratificato della Storia. Partendo dal noto studio di Orlando sul ritorno del represso, fenomeno da lui considerato al cuore dei meccanismi formali del testo letterario, l’obiettivo di questo studio è di riattualizzare la sua ricerca estendendola all’ambito della scrittura della storia. Lo studioso auspicava un proseguimento del suo lavoro, per lui lontano dall’essere delimitato dalla sua ripresa della celebre formula freudiana di ritorno del rimosso. Oggi, in un’epoca contrassegnata dal sentimento di posteriorità, in cui uno dei temi ricorrenti a livello storico e narrativo è quello del recupero di ciò che è andato perduto, smarrito nei vuoti della storia, può essere utile la ripresa del suo metodo nella direzione del sommerso. In questa prospettiva, come spunto per una libera rielaborazione della sua teoria critica, ho scelto tre romanzi italiani contemporanei che si misurano con il racconto della storia e con il tema del rimosso coloniale: Regina di fiori e di perle (2007) di Gabriella Ghermandi, Le rondini di Montecassino (2011) di Helena Janeczeck e Timira (2012) di Wu Ming 2 e Antar Mohamed.

Dalla storia alla letteratura: Il ritorno del sommerso nel campo di battaglia del testo letterario

Emanuela Piga
2014

Abstract

«Un’arte che presta una voce a tutto ciò che resta soffocato nel mondo e alle ragioni che non trovano riconoscimento da parte degli ordini costituititi», scriveva nel 1973 Francesco Orlando, in un’epoca in cui i concetti di repressione e represso erano al centro di discorsi e movimenti. Se è vero che tali concetti continuano ad essere al centro dell’attualità, è anche vero che le loro manifestazioni diventano parte del divenire storico e di quel costante processo di rielaborazione della memoria che lo accompagna. Questo significa che, nel caso di una letteratura che racconta il passato da una prospettiva contro-egemonica, l’ascolto delle voci represse si complica con la ricerca delle tracce sommerse nel fondale stratificato della Storia. Partendo dal noto studio di Orlando sul ritorno del represso, fenomeno da lui considerato al cuore dei meccanismi formali del testo letterario, l’obiettivo di questo studio è di riattualizzare la sua ricerca estendendola all’ambito della scrittura della storia. Lo studioso auspicava un proseguimento del suo lavoro, per lui lontano dall’essere delimitato dalla sua ripresa della celebre formula freudiana di ritorno del rimosso. Oggi, in un’epoca contrassegnata dal sentimento di posteriorità, in cui uno dei temi ricorrenti a livello storico e narrativo è quello del recupero di ciò che è andato perduto, smarrito nei vuoti della storia, può essere utile la ripresa del suo metodo nella direzione del sommerso. In questa prospettiva, come spunto per una libera rielaborazione della sua teoria critica, ho scelto tre romanzi italiani contemporanei che si misurano con il racconto della storia e con il tema del rimosso coloniale: Regina di fiori e di perle (2007) di Gabriella Ghermandi, Le rondini di Montecassino (2011) di Helena Janeczeck e Timira (2012) di Wu Ming 2 e Antar Mohamed.
Emanuela Piga
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