During the 14th century, in a context marked by the overwhelming success of lordships, intellectuals of different backgrounds (jurists, literati, politicians), all linked to the urban environment of Central Italy, introduced into political thought the possibility of actively opposing tyranny, to the point of theorizing tyrannicide, reclaiming – even through John of Salisbury’s Policraticus – the arguments of the great classical theorists on civil and republican virtues (Cicero and Seneca). Among the reflections on the possibility of rebelling againt tyrants, marked by the contrasting positions of the great jurists of the time, Bartolo da Sassoferrato and Luca da Penne, there emerged the opinion of Boccaccio, who, unlike Petrarch, categorically condemned the seigniorial regimes, which tended by their very nature to become tyrannies, and explicitly justified tyrannicide. In this way, Boccaccio displayed a conscious adhesion to the Guelph and Republican politico-cultural camp, which was firmly anchored in the defense of florentina libertas and intolerance toward Visconti expansionism. But at the same time he displayed his aversion to the corruption of oligarchic power and the rise of domestic tyrants, adhering to the roots of a republican tradition of thought that would find an echo over the centuries in so many Florentine intellectuals involved in governing the res publica and opposing the Medici power structure.

Nel corso del Trecento, in un contesto caratterizzato dalla prepotente affermazione del fenomeno signorile, intellettuali di diversa formazione (giuristi, letterati, uomini politici), tutti riconducibili all’ambiente cittadino dell’Italia centrale, introducono nella riflessione politica la possibilità di opporsi attivamente al tiranno, fino al punto di teorizzare il tirannicidio, recuperando – anche attraverso il Policraticus di Giovanni di Salisbury – le argomentazioni dei grandi teorici delle virtù civili e repubblicane della letteratura classica (Cicerone e Seneca). Nella riflessione sulla possibilità di resistere al tiranno, caratterizzata dalle opposte posizioni dei maggiori giuristi dell’epoca, Bartolo da Sassoferrato e Luca da Penne, emerge l’opinione di Boccaccio che, a differenza di Petrarca, condanna senza esitazione alcuna i regimi signorili, naturalmente portati a trasformarsi in tirannidi, e giustifica esplicitamente il tirannicidio. In tal modo, il Poeta mostra una consapevole adesione al campo politico-culturale guelfo e repubblicano che aveva i suoi punti fermi nella difesa della florentina libertas e nell’insofferenza per l’espansionismo visconteo, ma, al tempo stesso, mostra la sua avversione per la corruzione del potere oligarchico e per l’ascesa di tiranni domestici, e si accosta alle radici di un filone di pensiero repubblicano che sarà alimentato, nel corso dei secoli successivi, da tanti intellettuali fiorentini variamente impegnati nella gestione della res publica e nell’opposizione al regime mediceo.

"In superbos reges": il tirannicidio in Boccaccio e nel pensiero politico del Trecento

Berardo Pio
2017

Abstract

Nel corso del Trecento, in un contesto caratterizzato dalla prepotente affermazione del fenomeno signorile, intellettuali di diversa formazione (giuristi, letterati, uomini politici), tutti riconducibili all’ambiente cittadino dell’Italia centrale, introducono nella riflessione politica la possibilità di opporsi attivamente al tiranno, fino al punto di teorizzare il tirannicidio, recuperando – anche attraverso il Policraticus di Giovanni di Salisbury – le argomentazioni dei grandi teorici delle virtù civili e repubblicane della letteratura classica (Cicerone e Seneca). Nella riflessione sulla possibilità di resistere al tiranno, caratterizzata dalle opposte posizioni dei maggiori giuristi dell’epoca, Bartolo da Sassoferrato e Luca da Penne, emerge l’opinione di Boccaccio che, a differenza di Petrarca, condanna senza esitazione alcuna i regimi signorili, naturalmente portati a trasformarsi in tirannidi, e giustifica esplicitamente il tirannicidio. In tal modo, il Poeta mostra una consapevole adesione al campo politico-culturale guelfo e repubblicano che aveva i suoi punti fermi nella difesa della florentina libertas e nell’insofferenza per l’espansionismo visconteo, ma, al tempo stesso, mostra la sua avversione per la corruzione del potere oligarchico e per l’ascesa di tiranni domestici, e si accosta alle radici di un filone di pensiero repubblicano che sarà alimentato, nel corso dei secoli successivi, da tanti intellettuali fiorentini variamente impegnati nella gestione della res publica e nell’opposizione al regime mediceo.
Berardo Pio
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