Le pagine che seguono nascono dalla sollecitazione che mi ha dato un libro recente di Maria Teresa Moscato, che ha operato una rilettura di Agostino, rispetto alla sua esperienza religiosa e riguardo ai temi pedagogici presenti nelle sue pagine . Non ne scriverò in quanto studiosa di Agostino, ma in quanto studiosa dell’educazione come fenomeno eminentemente comunicativo e segnatamente linguistico (Bertolini, 1994). L’educazione è un fenomeno che necessita prima di tutto di essere indagato nel suo farsi quotidiano, ossia studiando le pratiche di cui si sostanzia: il linguaggio e l’interazione sociale. Perché è solo riportando l’educazione al suo essere il prodotto di pratiche segnatamente comunicative e mediate dal linguaggio che si coglie come “la bontà” (o meno) dei suoi processi ed esiti, la naturalità di alcuni suoi metodi e l’ovvietà di alcune sue pratiche siano così tanto poco naturali, ovvie e scontate da essere oggetto di straordinari cambiamenti storici. Ed è forse questo che più mi ha colpito nel testo di Moscato, in cui l’attenzione del lettore è riportata all’interesse e all’intelligenza che Agostino mostra per le “pratiche” educative. Questa sorta di premessa è oltremodo necessaria: infatti, tutte le volte in cui farò riferimento ad Agostino mi riferirò ad Agostino-letto-da-Moscato. In una sorta di concatenamento di triangoli semiotici di peirciana memoria, il testo di Moscato è sia un “oggetto in sé” ma anche un segno che rinvia ad un oggetto primo, la paideia di Agostino, e che, quindi, porta a ripensare quanto il lettore già sapeva, o credeva di sapere. Ho isolato tre questioni aperte da questo volume, che interpellano il lettore avvertito al di là dell’esegesi compiuta da Moscato, su cui, come su accennato, non mi pronuncio, adottando una postura di fiducia epistemica nei confronti dell’autrice. La prima questione su cui mi soffermerò è di tipo epistemologico e riguarda il valore culturale di questo lavoro, il suo esercitare uno scarto rispetto alla lectio dominante circa la paideia di Agostino. Poi prenderò in esame due isotopie del lavoro di Moscato: il senso di Agostino per il linguaggio- e il ruolo dell’interazione nella costruzione della conoscenza e persino della mente. Da qui avanzerò un’ipotesi interpretativa che scaturisce appunto dalla lettura di questo lavoro: è possibile considerare Agostino un Vygotskij ante litteram?
Caronia, L. (2025). Se il Noi precede l’Io: il senso di Agostino per la parola. Milano : Franco Angeli.
Se il Noi precede l’Io: il senso di Agostino per la parola
L. Caronia
2025
Abstract
Le pagine che seguono nascono dalla sollecitazione che mi ha dato un libro recente di Maria Teresa Moscato, che ha operato una rilettura di Agostino, rispetto alla sua esperienza religiosa e riguardo ai temi pedagogici presenti nelle sue pagine . Non ne scriverò in quanto studiosa di Agostino, ma in quanto studiosa dell’educazione come fenomeno eminentemente comunicativo e segnatamente linguistico (Bertolini, 1994). L’educazione è un fenomeno che necessita prima di tutto di essere indagato nel suo farsi quotidiano, ossia studiando le pratiche di cui si sostanzia: il linguaggio e l’interazione sociale. Perché è solo riportando l’educazione al suo essere il prodotto di pratiche segnatamente comunicative e mediate dal linguaggio che si coglie come “la bontà” (o meno) dei suoi processi ed esiti, la naturalità di alcuni suoi metodi e l’ovvietà di alcune sue pratiche siano così tanto poco naturali, ovvie e scontate da essere oggetto di straordinari cambiamenti storici. Ed è forse questo che più mi ha colpito nel testo di Moscato, in cui l’attenzione del lettore è riportata all’interesse e all’intelligenza che Agostino mostra per le “pratiche” educative. Questa sorta di premessa è oltremodo necessaria: infatti, tutte le volte in cui farò riferimento ad Agostino mi riferirò ad Agostino-letto-da-Moscato. In una sorta di concatenamento di triangoli semiotici di peirciana memoria, il testo di Moscato è sia un “oggetto in sé” ma anche un segno che rinvia ad un oggetto primo, la paideia di Agostino, e che, quindi, porta a ripensare quanto il lettore già sapeva, o credeva di sapere. Ho isolato tre questioni aperte da questo volume, che interpellano il lettore avvertito al di là dell’esegesi compiuta da Moscato, su cui, come su accennato, non mi pronuncio, adottando una postura di fiducia epistemica nei confronti dell’autrice. La prima questione su cui mi soffermerò è di tipo epistemologico e riguarda il valore culturale di questo lavoro, il suo esercitare uno scarto rispetto alla lectio dominante circa la paideia di Agostino. Poi prenderò in esame due isotopie del lavoro di Moscato: il senso di Agostino per il linguaggio- e il ruolo dell’interazione nella costruzione della conoscenza e persino della mente. Da qui avanzerò un’ipotesi interpretativa che scaturisce appunto dalla lettura di questo lavoro: è possibile considerare Agostino un Vygotskij ante litteram?| File | Dimensione | Formato | |
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