A chi si inoltra nei dettagli delle lettere di un fiorentino colto, come Girolamo Mei, vissuto stabilmente a Roma negli ultimi quarant’anni del Cinquecento, appare a poco a poco una fitta schiera di letterati, storici, bibliotecari, segretari, prelati, cardinali e papi, o semplicemente di ospiti, la cui singola identificazione è possibile, nella maggior parte dei casi, solo grazie a indagini prolungate nel tempo. A distanza di circa vent’anni dalle precedenti ricerche, altre riprese occasionalmente una nuova lettura di elementi conservati nelle carte d’archivio, edite o manoscritte, sulle frequentazioni e sulla corrispondenza degli anni romani di Mei. I dettagli ora riscoperti concorrono a precisare, da un lato, i modi in cui lo studioso approfondiva le sue conoscenze dei testi aristotelici; dall’altro, l’attesa che circondava l’arrivo di ogni sua lettera, a Firenze, con notizie di prima mano sulla musica degli antichi Greci. Primo risultato è la proposta di una nuova identificazione per il gesuita spagnolo, chiamato comunemente il «dottor Benedetti», citato in due lettere del 1560 e 1561, indirizzate a Pier Vettori, a Firenze, a proposito delle lezioni di filosofia aristotelica che aveva iniziato a seguire, mentre era ancora alla ricerca di un impiego a Roma. Negli elenchi dei Gesuiti che insegnarono nel Collegio Romano, fondato nel 1551, compare, per il 1559-1561, un docente spagnolo, il cui nome (e non il cognome), è trascritto come «Benedictus». Si tratta di Benedetto (o Benito) Perera (o Pererius), di Valenza, la cui attività e scritti sembrano pienamente coincidenti con le indicazioni di Mei. Secondo risultato è l’acquisizione di una missiva, conservata nella collezione di autografi del marchese Campori, presso la Biblioteca Estense, indirizzata da Giovanni Bardi al banchiere Giovan Francesco Ridolfi, fiorentino di origine ma residente a Roma. Nel suo palazzo infatti Mei si era trasferito alla morte del cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano. Tale lettera consente di gettare nuova luce sia sui legami tra Mei e la famiglia Ridolfi, in particolare con Cassandra, figlia di Giovan Francesco, di cui era noto sinora soltanto il lascito testamentario; sia sull’esistenza di una vera e propria rete di amici e conoscenti che nei loro frequenti e regolari spostamenti tra Roma e Firenze si mettevano a disposizione anche come corrieri per la corrispondenza delle ristrette cerchie a cui appartenevano.

Dettagli d'archivio su Girolamo Mei

RESTANI, DONATELLA
2009

Abstract

A chi si inoltra nei dettagli delle lettere di un fiorentino colto, come Girolamo Mei, vissuto stabilmente a Roma negli ultimi quarant’anni del Cinquecento, appare a poco a poco una fitta schiera di letterati, storici, bibliotecari, segretari, prelati, cardinali e papi, o semplicemente di ospiti, la cui singola identificazione è possibile, nella maggior parte dei casi, solo grazie a indagini prolungate nel tempo. A distanza di circa vent’anni dalle precedenti ricerche, altre riprese occasionalmente una nuova lettura di elementi conservati nelle carte d’archivio, edite o manoscritte, sulle frequentazioni e sulla corrispondenza degli anni romani di Mei. I dettagli ora riscoperti concorrono a precisare, da un lato, i modi in cui lo studioso approfondiva le sue conoscenze dei testi aristotelici; dall’altro, l’attesa che circondava l’arrivo di ogni sua lettera, a Firenze, con notizie di prima mano sulla musica degli antichi Greci. Primo risultato è la proposta di una nuova identificazione per il gesuita spagnolo, chiamato comunemente il «dottor Benedetti», citato in due lettere del 1560 e 1561, indirizzate a Pier Vettori, a Firenze, a proposito delle lezioni di filosofia aristotelica che aveva iniziato a seguire, mentre era ancora alla ricerca di un impiego a Roma. Negli elenchi dei Gesuiti che insegnarono nel Collegio Romano, fondato nel 1551, compare, per il 1559-1561, un docente spagnolo, il cui nome (e non il cognome), è trascritto come «Benedictus». Si tratta di Benedetto (o Benito) Perera (o Pererius), di Valenza, la cui attività e scritti sembrano pienamente coincidenti con le indicazioni di Mei. Secondo risultato è l’acquisizione di una missiva, conservata nella collezione di autografi del marchese Campori, presso la Biblioteca Estense, indirizzata da Giovanni Bardi al banchiere Giovan Francesco Ridolfi, fiorentino di origine ma residente a Roma. Nel suo palazzo infatti Mei si era trasferito alla morte del cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano. Tale lettera consente di gettare nuova luce sia sui legami tra Mei e la famiglia Ridolfi, in particolare con Cassandra, figlia di Giovan Francesco, di cui era noto sinora soltanto il lascito testamentario; sia sull’esistenza di una vera e propria rete di amici e conoscenti che nei loro frequenti e regolari spostamenti tra Roma e Firenze si mettevano a disposizione anche come corrieri per la corrispondenza delle ristrette cerchie a cui appartenevano.
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Donatella Restani
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