Situata al limite meridionale della Brianza ed attraversata dal fiume Lambro, Monza è un importante centro industriale, impreziosito dal vasto Parco recintato che si estende nella zona settentrionale della città. Con una superficie di 688 ettari ed un perimetro di 14 km, si pone infatti al quarto posto dopo la Mandria di Venaria Reale, il Richmond Park di Londra ed il Phoenix Park di Dublino, ma è il maggiore tra quelli recintati da mura. Nell’area sudoccidentale di questo enorme polmone verde, tenuto a bosco per circa un terzo, per il resto a prato, si apre l’ingresso di Villa Reale: un austero e magnifico edificio dalla pianta ad “U” tipica delle tradizionali ville lombarde del ‘700, sia pure di dimensioni ben maggiori, conformi al rango imperiale del committente. Non a torto Villa Reale potrebbe quasi definirsi una “casa di campagna per arciduca”. Ma chi fu l’arciduca che ne volle a tutti i costi l’edificazione? La storia di Villa Reale ci aiuta a capire il perché di tanto sfarzo. Nel 1771, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria invia a Milano il figlio, l’arciduca Ferdinando, come suo rappresentante permanente nella capitale lombarda con lo scopo di rafforzare il legame con la corte di Vienna o, più esattamente, per affermare l’influenza austriaca su tutta la penisola. Il progetto riesce fin troppo bene. Ferdinando, trapiantato nella ricca Milano dove i nobili ostentano con alterigia il loro rango costruendosi stupende ville in Brianza, lungo i navigli o sui laghi, manifesta subito all’austera genitrice la necessità che lui e la consorte Maria Beatrice d’Este, abbiano una residenza “extracittadina” in cui villeggiare in maniera adeguata al rango. Con non pochi sforzi la convince che, piuttosto che acquistare un edificio già esistente, sia più “conveniente” costruirne uno nuovo a Monza dove si avrebbe “il vantaggio di avere una villa in una situazione che in così discreta lontananza dalla città è certamente la più felice e per la salubrità dell’aria e per l’amenità del paese circonvicino”. Se in qualcosa di spende e spande, è nel Parco circostante, concepito come tenuta agricola e di caccia, ma soprattutto nella sistemazione botanica e viaria prevista tutt’intorno alla Villa. Secondo il progetto originale, datato 1805, dal sobrio edificio residenziale si dipartono due enormi viali rettilinei. Il primo (nel “retroterra”) collega la Villa con il centro di Monza; il secondo, alquanto ampio, lungo e maestoso, in asse con la facciata principale ed il cortile d’onore, si sarebbe dovuto collegare con il grande stradone, da costruire ex-novo, che congiungeva direttamente Milano alla Villa, aggirando Monza, ad imitazione degli assi Parigi-Versailles, Napoli-Caserta o Vienna-Schönbrunn. Artefice della progettazione del Parco è l’architetto Luigi Canonica, già allievo del Piermarini, che acquista molti terreni da diverse famiglie nobili lombarde provvedendo alla costruzione del muro di cinta utilizzando anche i resti delle mura medioevali della città. All’interno delle mura sono compresi campi agricoli, strade, cascine, ville e giardini preesistenti: un vero e proprio compendio del territorio agricolo lombardo. Il significato di tale operazione è soprattutto politico. Ancora oggi è possibile distinguere nettamente le tre zone principali in cui era stato suddiviso l’intero Parco: una prima vicina alla Villa, a sud, mantenuta a giardino e campagna aperta; una terza a nord, piantumata a bosco, funzionale per la caccia; una fascia lungo il fiume Lambro, in posizione inferiore rispetto alla zona agricola, mantenuta con vegetazione riparia da zona umida. In questo grande e diversificato Parco, si allevano e liberano gli animali (cervi e fagiani) per la caccia, punendo severamente i tentativi di bracconaggio.

Villa Reale di Monza

BELLARDI, MARIA GRAZIA
2011

Abstract

Situata al limite meridionale della Brianza ed attraversata dal fiume Lambro, Monza è un importante centro industriale, impreziosito dal vasto Parco recintato che si estende nella zona settentrionale della città. Con una superficie di 688 ettari ed un perimetro di 14 km, si pone infatti al quarto posto dopo la Mandria di Venaria Reale, il Richmond Park di Londra ed il Phoenix Park di Dublino, ma è il maggiore tra quelli recintati da mura. Nell’area sudoccidentale di questo enorme polmone verde, tenuto a bosco per circa un terzo, per il resto a prato, si apre l’ingresso di Villa Reale: un austero e magnifico edificio dalla pianta ad “U” tipica delle tradizionali ville lombarde del ‘700, sia pure di dimensioni ben maggiori, conformi al rango imperiale del committente. Non a torto Villa Reale potrebbe quasi definirsi una “casa di campagna per arciduca”. Ma chi fu l’arciduca che ne volle a tutti i costi l’edificazione? La storia di Villa Reale ci aiuta a capire il perché di tanto sfarzo. Nel 1771, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria invia a Milano il figlio, l’arciduca Ferdinando, come suo rappresentante permanente nella capitale lombarda con lo scopo di rafforzare il legame con la corte di Vienna o, più esattamente, per affermare l’influenza austriaca su tutta la penisola. Il progetto riesce fin troppo bene. Ferdinando, trapiantato nella ricca Milano dove i nobili ostentano con alterigia il loro rango costruendosi stupende ville in Brianza, lungo i navigli o sui laghi, manifesta subito all’austera genitrice la necessità che lui e la consorte Maria Beatrice d’Este, abbiano una residenza “extracittadina” in cui villeggiare in maniera adeguata al rango. Con non pochi sforzi la convince che, piuttosto che acquistare un edificio già esistente, sia più “conveniente” costruirne uno nuovo a Monza dove si avrebbe “il vantaggio di avere una villa in una situazione che in così discreta lontananza dalla città è certamente la più felice e per la salubrità dell’aria e per l’amenità del paese circonvicino”. Se in qualcosa di spende e spande, è nel Parco circostante, concepito come tenuta agricola e di caccia, ma soprattutto nella sistemazione botanica e viaria prevista tutt’intorno alla Villa. Secondo il progetto originale, datato 1805, dal sobrio edificio residenziale si dipartono due enormi viali rettilinei. Il primo (nel “retroterra”) collega la Villa con il centro di Monza; il secondo, alquanto ampio, lungo e maestoso, in asse con la facciata principale ed il cortile d’onore, si sarebbe dovuto collegare con il grande stradone, da costruire ex-novo, che congiungeva direttamente Milano alla Villa, aggirando Monza, ad imitazione degli assi Parigi-Versailles, Napoli-Caserta o Vienna-Schönbrunn. Artefice della progettazione del Parco è l’architetto Luigi Canonica, già allievo del Piermarini, che acquista molti terreni da diverse famiglie nobili lombarde provvedendo alla costruzione del muro di cinta utilizzando anche i resti delle mura medioevali della città. All’interno delle mura sono compresi campi agricoli, strade, cascine, ville e giardini preesistenti: un vero e proprio compendio del territorio agricolo lombardo. Il significato di tale operazione è soprattutto politico. Ancora oggi è possibile distinguere nettamente le tre zone principali in cui era stato suddiviso l’intero Parco: una prima vicina alla Villa, a sud, mantenuta a giardino e campagna aperta; una terza a nord, piantumata a bosco, funzionale per la caccia; una fascia lungo il fiume Lambro, in posizione inferiore rispetto alla zona agricola, mantenuta con vegetazione riparia da zona umida. In questo grande e diversificato Parco, si allevano e liberano gli animali (cervi e fagiani) per la caccia, punendo severamente i tentativi di bracconaggio.
M.G.Bellardi
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