Il contributo prende le mosse da un testo tardo di Barthes, le Variazioni sulla scrittura. Polemizzando contro il «pregiudizio trascrizionista» dei linguisti, che affermano che «il codice scritto è secondario per rapporto al codice orale che è la lingua», Barthes ribadisce che la scrittura «oltrepassa largamente non solo il linguaggio orale, ma il linguaggio in quanto tale (se questo – come insistono, per la maggior parte, i linguisti – viene ristretto a una pura funzione di comunicazione». Barthes rivela anche in queste pagine il proprio rapporto con la scrittura, dove al rendersi autonomo del significante corrisponde l’insistenza sulla materialità. La scrittura è «fissurazione», poiché «si tratta di divider, solcare, interrompere una materia piana, il foglio, pelle, superficie d’argilla, muro» . La posizione di questa tesi «grafica», non è «necessariamente razionale (secondo la nostra coscienza linguistica); hanno luogo interruzioni bizzarre: la mano, l’occhio guidano la scrittura, non la ragione e il linguaggio» . La relazione alla scrittura è innanzi tutto relazione al corpo, entrambi presi in una rete di assoggettamenti, che Barthes analizza in ficcanti osservazioni sull’insegnamento della scrittura che è anche insieme e inestricabilmente educazione del corpo ed educazione morale. Emancipare il corpo dunque, già da sempre preso in una rete di assoggettamenti. L'articolo si domanda in quali forme di assoggettamento si dia oggi il corpo scrivente, prendendo atto dalle modificazioni degli strumenti, dei supporti, della postura. Il rapporto fisico con la scrizione è mutato a fronte della rivoluzione tecnologica di grande portata. Se dobbiamo seguire l’invito di Barthes, che nota come molto sappiamo di tutti questi aspetti rispetto all’antichità, mentre poco riflettiamo su questi aspetti mella contemporaneità, dobbiamo dare vita ad una nuova «scienza», che Barthes chiama neografia. La mutazione tecnologica è anche, come fu l’introduzione della scrittura, mutazione antropologica, della quale oggi vediamo soltanto i primi effetti e che forse sta «incrinando il simbolico, il nostro simbolico».

Appunti su corpo e "scrizione" in Roland Barthes

BENVENUTI, GIULIANA
2010

Abstract

Il contributo prende le mosse da un testo tardo di Barthes, le Variazioni sulla scrittura. Polemizzando contro il «pregiudizio trascrizionista» dei linguisti, che affermano che «il codice scritto è secondario per rapporto al codice orale che è la lingua», Barthes ribadisce che la scrittura «oltrepassa largamente non solo il linguaggio orale, ma il linguaggio in quanto tale (se questo – come insistono, per la maggior parte, i linguisti – viene ristretto a una pura funzione di comunicazione». Barthes rivela anche in queste pagine il proprio rapporto con la scrittura, dove al rendersi autonomo del significante corrisponde l’insistenza sulla materialità. La scrittura è «fissurazione», poiché «si tratta di divider, solcare, interrompere una materia piana, il foglio, pelle, superficie d’argilla, muro» . La posizione di questa tesi «grafica», non è «necessariamente razionale (secondo la nostra coscienza linguistica); hanno luogo interruzioni bizzarre: la mano, l’occhio guidano la scrittura, non la ragione e il linguaggio» . La relazione alla scrittura è innanzi tutto relazione al corpo, entrambi presi in una rete di assoggettamenti, che Barthes analizza in ficcanti osservazioni sull’insegnamento della scrittura che è anche insieme e inestricabilmente educazione del corpo ed educazione morale. Emancipare il corpo dunque, già da sempre preso in una rete di assoggettamenti. L'articolo si domanda in quali forme di assoggettamento si dia oggi il corpo scrivente, prendendo atto dalle modificazioni degli strumenti, dei supporti, della postura. Il rapporto fisico con la scrizione è mutato a fronte della rivoluzione tecnologica di grande portata. Se dobbiamo seguire l’invito di Barthes, che nota come molto sappiamo di tutti questi aspetti rispetto all’antichità, mentre poco riflettiamo su questi aspetti mella contemporaneità, dobbiamo dare vita ad una nuova «scienza», che Barthes chiama neografia. La mutazione tecnologica è anche, come fu l’introduzione della scrittura, mutazione antropologica, della quale oggi vediamo soltanto i primi effetti e che forse sta «incrinando il simbolico, il nostro simbolico».
POETICHE
G.Benvenuti
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