L’istanza sociale da tenere presente, comunque formulata e comunque consapevole, può essere definita come l’esigenza della società presente di valersi dei risultati progressivi della ricerca scientifica e tecnologica nel processo di professionalizzazione dei suoi membri. In un senso più generale, tuttavia, non è meno decisiva l’istanza che si sviluppi un processo sociale di “intelligenza” progressiva della realtà (e anche della realtà sociale) attraverso la quale possa essere migliorata la qualità della vita personale (incluse le sue dimensioni etico-politiche). Tradizionalmente (o almeno negli ultimi due secoli), l’Università ha rappresentato solo parzialmente il luogo della professionalizzazione (garantendo al massimo una decisiva formazione pre-professionale), nella misura in cui, garantendo lo studio e la ricerca nei loro massimi livelli, essa garantiva l’incontro fra gli esiti scientifici della ricerca ad alcune élites professionali, ed insieme rigenerava le comunità scientifiche progressivamente responsabili di tali esiti. Si deve anche tenere presente che il sapere e la competenza di natura accademica costituiscono realtà molto articolate e differenziate fra loro, rispetto alle quali i discorsi generali sono anche generici. Di fatto, il luogo reale in cui le costellazioni e i profili di competenze emergono e vengono stimolati, nella storia dell’umanità, sono piuttosto tutte le forme di noviziato/tirocinio, che a vari livelli si succedono alla formazione teorica di una persona, e la chiamano in causa mentre la verificano. Nella formazione scolastico-accademica si possono solo anticipare intenzionalmente (e mai esaurire) alcune di queste forme, per mezzo di laboratori, tirocini, stages esterni, e comunque di osservazioni indotte e mirate su singoli elementi concreti. La qualità degli insegnamenti può dipendere, quindi, non solo dalle conoscenze teoriche di un docente, ma anche dalle sue esperienze personali e professionali, e dai suoi obiettivi formativi reali. Analizzando l’ambito universitario, non si possono ignorare alcune questioni di fondo, come se ad esse fosse già stata data una risposta esauriente. La prima questione è se, realmente, l’Università possa e debba essere il luogo della professionalizzazione compiuta, non solo di alcune élites, ma della percentuale maggioritaria della popolazione giovanile; e se in questo caso, accanto alla sua trasformazione strutturale in termini più funzionali ad un simile scopo, non si debba ipotizzare di costruire allora un altro luogo finalizzato prevalentemente allo studio e alla ricerca (reinventare l’Università con un altro nome?). C’è inoltre una domanda che nessuno sembra essersi posto, e cioè se la formazione di livello universitario posso prescindere (o sostituirsi) alla totalità dei processi formativi (formali e informali) che si realizzano prima dell’accesso ad essa. Esiste un dato di realtà diffuso, e cioè che, lungi dal crescere sulla scia dello sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, la competenza professionale sembra essersi ridotta, all’interno della società, insieme alle sue componenti di responsabilità etico-politica. Così possono leggersi i crescenti episodi di “incidente”, che si realizzano sui luoghi di lavoro, in ambito finanziario, come sulla strada, con una fenomenologia che deve essere meglio compresa e spiegata.

La formazione delle competenze in ambito universitario. Istanze sociali e possibilità realizzative

MOSCATO, MARIA TERESA
2010

Abstract

L’istanza sociale da tenere presente, comunque formulata e comunque consapevole, può essere definita come l’esigenza della società presente di valersi dei risultati progressivi della ricerca scientifica e tecnologica nel processo di professionalizzazione dei suoi membri. In un senso più generale, tuttavia, non è meno decisiva l’istanza che si sviluppi un processo sociale di “intelligenza” progressiva della realtà (e anche della realtà sociale) attraverso la quale possa essere migliorata la qualità della vita personale (incluse le sue dimensioni etico-politiche). Tradizionalmente (o almeno negli ultimi due secoli), l’Università ha rappresentato solo parzialmente il luogo della professionalizzazione (garantendo al massimo una decisiva formazione pre-professionale), nella misura in cui, garantendo lo studio e la ricerca nei loro massimi livelli, essa garantiva l’incontro fra gli esiti scientifici della ricerca ad alcune élites professionali, ed insieme rigenerava le comunità scientifiche progressivamente responsabili di tali esiti. Si deve anche tenere presente che il sapere e la competenza di natura accademica costituiscono realtà molto articolate e differenziate fra loro, rispetto alle quali i discorsi generali sono anche generici. Di fatto, il luogo reale in cui le costellazioni e i profili di competenze emergono e vengono stimolati, nella storia dell’umanità, sono piuttosto tutte le forme di noviziato/tirocinio, che a vari livelli si succedono alla formazione teorica di una persona, e la chiamano in causa mentre la verificano. Nella formazione scolastico-accademica si possono solo anticipare intenzionalmente (e mai esaurire) alcune di queste forme, per mezzo di laboratori, tirocini, stages esterni, e comunque di osservazioni indotte e mirate su singoli elementi concreti. La qualità degli insegnamenti può dipendere, quindi, non solo dalle conoscenze teoriche di un docente, ma anche dalle sue esperienze personali e professionali, e dai suoi obiettivi formativi reali. Analizzando l’ambito universitario, non si possono ignorare alcune questioni di fondo, come se ad esse fosse già stata data una risposta esauriente. La prima questione è se, realmente, l’Università possa e debba essere il luogo della professionalizzazione compiuta, non solo di alcune élites, ma della percentuale maggioritaria della popolazione giovanile; e se in questo caso, accanto alla sua trasformazione strutturale in termini più funzionali ad un simile scopo, non si debba ipotizzare di costruire allora un altro luogo finalizzato prevalentemente allo studio e alla ricerca (reinventare l’Università con un altro nome?). C’è inoltre una domanda che nessuno sembra essersi posto, e cioè se la formazione di livello universitario posso prescindere (o sostituirsi) alla totalità dei processi formativi (formali e informali) che si realizzano prima dell’accesso ad essa. Esiste un dato di realtà diffuso, e cioè che, lungi dal crescere sulla scia dello sviluppo delle conoscenze scientifico-tecnologiche, la competenza professionale sembra essersi ridotta, all’interno della società, insieme alle sue componenti di responsabilità etico-politica. Così possono leggersi i crescenti episodi di “incidente”, che si realizzano sui luoghi di lavoro, in ambito finanziario, come sulla strada, con una fenomenologia che deve essere meglio compresa e spiegata.
Formare per competenze, Atti della VII Biennale Internazionale sulla didattica universitaria, Vol. II
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M. T. Moscato
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