Spregiudicata, affascinante, ambiziosa, eccentrica. La vita e le follie di Virginia Oldoini Verasis, ai più nota come Contessa di Castiglione, sono tutte legate alla storia di una Parigi di fine Ottocento nella quale feste, balli, ricevimenti, vita lussuosa e lussuriosa fanno da contrappunto al narcisismo di questa giovane italiana che fece addirittura perdere la testa all’imperatore Napoleone III. Il destino impedisce a Virginia, che muore nel novembre del 1899, di assaporare gli sconvolgimenti sociali, culturali e artistici che si sarebbero scatenati nel Novecento ma anche di portare a termine il grandioso progetto al quale lavorava assieme al fotografo Pierre-Louis Pierson: un’epica mostra che doveva omaggiare il suo mito di “donna più bella del secolo” e che doveva appunto inaugurarsi nell’ormai incalzante anno 1900. Pur essendo un personaggio che una voragine di avvenimenti tiene distante dalla nostra contemporaneità ipertecnologica, la sua capacità di intuire la potenza mediatica dello strumento fotografico fu però di una verità strabiliante. Virginia amava il travestimento, sapeva di poter decidere di essere ogni notte, ogni party, un’icona diversa: Dama di Cuori e Regina della Notte, Anna Bolena e lady Macbeth, la Vergine e l’eremita di Passy, Medea, Elvira, la Regina d’Etruria e tante, tantissime altre. Poteva decidere di esserlo perché certa che, dopo essersi presentata alla feste indossando maschere e identità differenti, e aver attraversato le stanze illuminate a giorno fendendo cattiverie e gossip che si scatenavano al suo passaggio (e che lei raccoglieva con disprezzo e noncuranza), poteva trasformare quella passerella in una sceneggiata eterna. Come? Aveva scoperto che esisteva un posto e una dimensione esistenziale in cui quel travestimento si faceva certificazione, in cui quel sogno si faceva realtà. Quel posto era proprio l’atelier fotografico dell’amico Pierson, e l’obiettivo di Pierson era la chiave d’accesso al mondo del mito. Come nel XIX secolo avrebbero tra gli altri fatto David Bowie, Madonna e Lady Gaga, la Contessa di Castiglione intuì che la pellicola cangiante era una strada maestra per l’immortalità. Che l’immagine è tutto. Per lei era cristallizzata coi sali d’argento su una lastra. Oggi in un fuoco d’artificio di pixel.

Photo Contessa

MUZZARELLI, FEDERICA
2010

Abstract

Spregiudicata, affascinante, ambiziosa, eccentrica. La vita e le follie di Virginia Oldoini Verasis, ai più nota come Contessa di Castiglione, sono tutte legate alla storia di una Parigi di fine Ottocento nella quale feste, balli, ricevimenti, vita lussuosa e lussuriosa fanno da contrappunto al narcisismo di questa giovane italiana che fece addirittura perdere la testa all’imperatore Napoleone III. Il destino impedisce a Virginia, che muore nel novembre del 1899, di assaporare gli sconvolgimenti sociali, culturali e artistici che si sarebbero scatenati nel Novecento ma anche di portare a termine il grandioso progetto al quale lavorava assieme al fotografo Pierre-Louis Pierson: un’epica mostra che doveva omaggiare il suo mito di “donna più bella del secolo” e che doveva appunto inaugurarsi nell’ormai incalzante anno 1900. Pur essendo un personaggio che una voragine di avvenimenti tiene distante dalla nostra contemporaneità ipertecnologica, la sua capacità di intuire la potenza mediatica dello strumento fotografico fu però di una verità strabiliante. Virginia amava il travestimento, sapeva di poter decidere di essere ogni notte, ogni party, un’icona diversa: Dama di Cuori e Regina della Notte, Anna Bolena e lady Macbeth, la Vergine e l’eremita di Passy, Medea, Elvira, la Regina d’Etruria e tante, tantissime altre. Poteva decidere di esserlo perché certa che, dopo essersi presentata alla feste indossando maschere e identità differenti, e aver attraversato le stanze illuminate a giorno fendendo cattiverie e gossip che si scatenavano al suo passaggio (e che lei raccoglieva con disprezzo e noncuranza), poteva trasformare quella passerella in una sceneggiata eterna. Come? Aveva scoperto che esisteva un posto e una dimensione esistenziale in cui quel travestimento si faceva certificazione, in cui quel sogno si faceva realtà. Quel posto era proprio l’atelier fotografico dell’amico Pierson, e l’obiettivo di Pierson era la chiave d’accesso al mondo del mito. Come nel XIX secolo avrebbero tra gli altri fatto David Bowie, Madonna e Lady Gaga, la Contessa di Castiglione intuì che la pellicola cangiante era una strada maestra per l’immortalità. Che l’immagine è tutto. Per lei era cristallizzata coi sali d’argento su una lastra. Oggi in un fuoco d’artificio di pixel.
F.Muzzarelli
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