La prospettiva, Giulio Troili scrive in Paradossi, «è il polo, dove si raggira l’arte del disegno…apporta luce e splendore alla pittura», è scienza della rappresentazione . Egli si pone sulla strada iniziata da Leon Battista Alberti, percorsa da Piero della Francesca, da Dürer, da Vignola, distinguendo la prospettiva dalla scienza della visione, l’ottica. Abile architetto ed interprete dell’architettura dipinta in prospettiva, la Quadratura, Troili estende le sue informazioni oltre che ai pittori, agli scultori e agli architetti. Con onestà, e lucidità critica, ricorda di aver studiato gli scritti di Alberti, il primo ad usare il velo , di aver consultato le pagine di Piero della Francesca, di essersi entusiamato per i disegni di Dürer. L’artista e scrittore tedesco, servendosi di mezzi meccanici (lo sportello) oltre che matematici, assicurava esattezza prospettica alla prassi artistica. Ha letto gli scritti di Daniele Barbaro, ma soprattutto ha utilizzato quelli di Vignola. Il “Paradosso”, così i contemporanei chiamavano Troili, concorda nella metodica e nelle formulazioni teoriche con la lettura di Le due regole della prospettiva pratica di Vignola, commentate e diffuse nel 1583 dal domenicano Egnazio Danti . Troili continuerà a mantenere viva a Bologna, per tutto il secolo XVII, l’attenzione alla produzione letteraria, architettonica e prospettica, del Barozzi. Architetto del Senato e quadraturista, è partecipe del fascino delle ‘macchine’ che abbraccia tutto il Seicento e che si estende a tutti i campi. Cerca di rendere la pratica della prospettiva architettonica più agevole e celere mediante l’aiuto della sua ‘macchina’: un velo nero applicato ad un telaio mobile. Lo dichiara preferibile alla pratica della graticola, «perché con questo velo si taglia matematicamente, a traverso la piramide visuale, e scioglie qualsivoglia nodo di difficoltà» . Egli, ed è questa la sua grande qualità che lo pone in dialogo con la tradizione bolognese, si muove nella direzione della struttura architettonica illusionistica a successione di piani, valorizzandone l’ardimento tecnico e interpretandola secondo le regole della geometria descrittiva e proiettiva, della stereometria o geometria solida. Credo che possiamo anche noi condividere con i contemporanei l’interpretazione del suo soprannome, “Paradosso”, quale sinonimo di audace.

Giulio Troili:teoria e prassi della quadratura nel tempo di Valerio Castello e dei protagonisti della grande decorazione a Genova

PIGOZZI, MARINELLA
2010

Abstract

La prospettiva, Giulio Troili scrive in Paradossi, «è il polo, dove si raggira l’arte del disegno…apporta luce e splendore alla pittura», è scienza della rappresentazione . Egli si pone sulla strada iniziata da Leon Battista Alberti, percorsa da Piero della Francesca, da Dürer, da Vignola, distinguendo la prospettiva dalla scienza della visione, l’ottica. Abile architetto ed interprete dell’architettura dipinta in prospettiva, la Quadratura, Troili estende le sue informazioni oltre che ai pittori, agli scultori e agli architetti. Con onestà, e lucidità critica, ricorda di aver studiato gli scritti di Alberti, il primo ad usare il velo , di aver consultato le pagine di Piero della Francesca, di essersi entusiamato per i disegni di Dürer. L’artista e scrittore tedesco, servendosi di mezzi meccanici (lo sportello) oltre che matematici, assicurava esattezza prospettica alla prassi artistica. Ha letto gli scritti di Daniele Barbaro, ma soprattutto ha utilizzato quelli di Vignola. Il “Paradosso”, così i contemporanei chiamavano Troili, concorda nella metodica e nelle formulazioni teoriche con la lettura di Le due regole della prospettiva pratica di Vignola, commentate e diffuse nel 1583 dal domenicano Egnazio Danti . Troili continuerà a mantenere viva a Bologna, per tutto il secolo XVII, l’attenzione alla produzione letteraria, architettonica e prospettica, del Barozzi. Architetto del Senato e quadraturista, è partecipe del fascino delle ‘macchine’ che abbraccia tutto il Seicento e che si estende a tutti i campi. Cerca di rendere la pratica della prospettiva architettonica più agevole e celere mediante l’aiuto della sua ‘macchina’: un velo nero applicato ad un telaio mobile. Lo dichiara preferibile alla pratica della graticola, «perché con questo velo si taglia matematicamente, a traverso la piramide visuale, e scioglie qualsivoglia nodo di difficoltà» . Egli, ed è questa la sua grande qualità che lo pone in dialogo con la tradizione bolognese, si muove nella direzione della struttura architettonica illusionistica a successione di piani, valorizzandone l’ardimento tecnico e interpretandola secondo le regole della geometria descrittiva e proiettiva, della stereometria o geometria solida. Credo che possiamo anche noi condividere con i contemporanei l’interpretazione del suo soprannome, “Paradosso”, quale sinonimo di audace.
Valerio Castello. Percorsi di approfondimento
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M.Pigozzi
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