Questo articolo vorrebbe fare luce su alcuni aspetti della mediazione linguistico-culturale in ambito socio-sanitario, dal punto di vista delle esigenze degli operatori in questo campo. Tuttavia, la base teorica di questo saggio non si colloca in un quadro disciplinaria socio-sanitario o sociologica, ma linguistico nel senso lato della termine. Infatti il termine ‘linguaggio,’ verrà utilizzato non nello stretto senso semantico-terminologico, bensì della lingua come veicolo di comunicazione ed espressione della propria cultura e di modelli comunicativo-verbali. La socio-linguistica, l’antropologia e l’antropologia linguistica ci hanno dimostrato in modo inequivocabile come i sistemi di comunicazione (verbali e paraverbali) siano espressioni uniche e intrinseche della propria cultura, così come gli stessi sistemi istituzionali. Nello stesso modo in cui il linguaggio è profondamente legato alla cultura di appartenenza, lo sono anche le strutture che ci circondano, istituzioni pubbliche incluse. Come affermava l’antropologo Kleinman gia negli anni Ottanta, le strutture sanitarie ed assistenziali sono ‘solo’ dei sistemi come altri, non universali nella loro struttura, e profondamente limitati dalla propria cultura di riferimento (culture-bound). La medicina occidentale, i rituali di guarigione degli Indiani d’Americani o l’omeopatia, sono ‘sistemi’ localizzati e non universali . «Il sistema sanitario è un concetto, non un’entità: è un modello concettuale mantenuto dal ricercatore» (Kleinman 1980: 25, traduzione mia, nda). E’ proprio in questo complesso punto di incontro fra la culture-boundedness sia del linguaggio sia delle istituzioni che si trova il compito del mediatore/interprete, ed è soprattutto nella mancata consapevolezza dello stretto legame esistente tra linguaggio/comunicazione-istituzione e cultura d’appartenenza che emergono i problemi legati al ruolo del mediatore. La resistenza ad accettare questo legame e l’idea comune dell’universalità e omogeneità dell’articolazione del linguaggio, della comunicazione e delle strutture socio-culturali rappresenta una fonte di frustrazioni per chiunque voglia mediare fra due culture. Dato che la struttura stessa del sistema sanitario è culture-bound, così come lo scopo stesso della terapia (ad esempio le metodologie diagnostiche) e le stesse epistemologiche del sistema (ad esempio: “la salute mentale appartiene al ‘mondo’ della salute, o al mondo spirituale?”), insorgono enormi problemi non solo per la possibilità della mediazione in sé, ma per lo stesso veicolo comunicativo con cui si riesce a chiarire e, si auspica, a trasmettere e ‘mediare’ queste differenze basilari: il linguaggio.

Interprete medico, interprete sociale, o mediatore culturale linguistico? Le esigenze di comunicazione interculturale in ambito socio-sanitario.

RUDVIN, METTE
2005

Abstract

Questo articolo vorrebbe fare luce su alcuni aspetti della mediazione linguistico-culturale in ambito socio-sanitario, dal punto di vista delle esigenze degli operatori in questo campo. Tuttavia, la base teorica di questo saggio non si colloca in un quadro disciplinaria socio-sanitario o sociologica, ma linguistico nel senso lato della termine. Infatti il termine ‘linguaggio,’ verrà utilizzato non nello stretto senso semantico-terminologico, bensì della lingua come veicolo di comunicazione ed espressione della propria cultura e di modelli comunicativo-verbali. La socio-linguistica, l’antropologia e l’antropologia linguistica ci hanno dimostrato in modo inequivocabile come i sistemi di comunicazione (verbali e paraverbali) siano espressioni uniche e intrinseche della propria cultura, così come gli stessi sistemi istituzionali. Nello stesso modo in cui il linguaggio è profondamente legato alla cultura di appartenenza, lo sono anche le strutture che ci circondano, istituzioni pubbliche incluse. Come affermava l’antropologo Kleinman gia negli anni Ottanta, le strutture sanitarie ed assistenziali sono ‘solo’ dei sistemi come altri, non universali nella loro struttura, e profondamente limitati dalla propria cultura di riferimento (culture-bound). La medicina occidentale, i rituali di guarigione degli Indiani d’Americani o l’omeopatia, sono ‘sistemi’ localizzati e non universali . «Il sistema sanitario è un concetto, non un’entità: è un modello concettuale mantenuto dal ricercatore» (Kleinman 1980: 25, traduzione mia, nda). E’ proprio in questo complesso punto di incontro fra la culture-boundedness sia del linguaggio sia delle istituzioni che si trova il compito del mediatore/interprete, ed è soprattutto nella mancata consapevolezza dello stretto legame esistente tra linguaggio/comunicazione-istituzione e cultura d’appartenenza che emergono i problemi legati al ruolo del mediatore. La resistenza ad accettare questo legame e l’idea comune dell’universalità e omogeneità dell’articolazione del linguaggio, della comunicazione e delle strutture socio-culturali rappresenta una fonte di frustrazioni per chiunque voglia mediare fra due culture. Dato che la struttura stessa del sistema sanitario è culture-bound, così come lo scopo stesso della terapia (ad esempio le metodologie diagnostiche) e le stesse epistemologiche del sistema (ad esempio: “la salute mentale appartiene al ‘mondo’ della salute, o al mondo spirituale?”), insorgono enormi problemi non solo per la possibilità della mediazione in sé, ma per lo stesso veicolo comunicativo con cui si riesce a chiarire e, si auspica, a trasmettere e ‘mediare’ queste differenze basilari: il linguaggio.
Manuale di Sociologia della Salute III
331
346
Rudvin M.
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