Il contributo mette a fuoco l’evoluzione della fotografia diaristica nei decenni a cavallo di millennio, dunque parallelamente alla progressiva democratizzazione dell’atto fotografico, che da rito festivo diventa feriale, e alla diffusione capillare della pratica di condivisione compulsiva di immagini in rete. Motore di questa evoluzione è una vasta compagine di autori che, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, espone sulle pareti di gallerie e musei o pubblica sulle pagine di magazine di nicchia (assurte a canali espositivi alternativi), molteplici serie fotografiche ispirate all’idea di narrazione in progress della vita privata. Tra gli esponenti di questa compagine spiccano Corinne Day e Ryan McGinley, da considerarsi l’anello di congiunzione tra due generazioni: da un versante quella capitanata da Nan Goldin con The Ballad of Sexual Dependency che altro non è, per sua stessa ammissione, un "diario pubblico", dall’altro, quella dei “nuovi diaristi”, i quali vanno ponendo in dialogo tratti originari di questo filone di ricerca con i cambiamenti della società e le opportunità offerte dalle nuove tecnologie nell’ambito della fotografia amatoriale. In questa prospettiva, Day e McGinley da un lato vanno normalizzando sia l’idea di “diario pubblico” dedicato alle comunità post-familiari e controculturali di cui, alla stregua di Goldin, fanno parte, sia la propensione a mutuare dalla pratica comune, insieme allo stile sgrammaticato delle istantanee conservate negli album di famiglia, modalità espositive e funzioni sociali; dall’altro lato anticipano i tempi nella misura in cui estremizzano, anche in assenza di uno smartphone dotato di una fotocamera, l’uso ossessivo e compulsivo nel medium nell’ambito di un esercizio di costruzione identitaria e di scrittura della mitologia del sé.

I diari condivisi di famiglie differenti. Corinne Day e Ryan McGinley

Chiara Pompa
2021

Abstract

Il contributo mette a fuoco l’evoluzione della fotografia diaristica nei decenni a cavallo di millennio, dunque parallelamente alla progressiva democratizzazione dell’atto fotografico, che da rito festivo diventa feriale, e alla diffusione capillare della pratica di condivisione compulsiva di immagini in rete. Motore di questa evoluzione è una vasta compagine di autori che, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, espone sulle pareti di gallerie e musei o pubblica sulle pagine di magazine di nicchia (assurte a canali espositivi alternativi), molteplici serie fotografiche ispirate all’idea di narrazione in progress della vita privata. Tra gli esponenti di questa compagine spiccano Corinne Day e Ryan McGinley, da considerarsi l’anello di congiunzione tra due generazioni: da un versante quella capitanata da Nan Goldin con The Ballad of Sexual Dependency che altro non è, per sua stessa ammissione, un "diario pubblico", dall’altro, quella dei “nuovi diaristi”, i quali vanno ponendo in dialogo tratti originari di questo filone di ricerca con i cambiamenti della società e le opportunità offerte dalle nuove tecnologie nell’ambito della fotografia amatoriale. In questa prospettiva, Day e McGinley da un lato vanno normalizzando sia l’idea di “diario pubblico” dedicato alle comunità post-familiari e controculturali di cui, alla stregua di Goldin, fanno parte, sia la propensione a mutuare dalla pratica comune, insieme allo stile sgrammaticato delle istantanee conservate negli album di famiglia, modalità espositive e funzioni sociali; dall’altro lato anticipano i tempi nella misura in cui estremizzano, anche in assenza di uno smartphone dotato di una fotocamera, l’uso ossessivo e compulsivo nel medium nell’ambito di un esercizio di costruzione identitaria e di scrittura della mitologia del sé.
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