Facing the epistemic and ethical challenge presented by the difficult legibility of the processes constituting the Anthropocene, artistic operations can offer a privileged tool for understanding the human impact on the planet. Nevertheless, the "hyper-object" nature of the environmental crisis – which, according to the philosopher Timothy Morton, takes place on spatial and temporal scales impossible for humans to perceive directly and does not allow for a distance – prevents artists from providing a transparent, unmediated and hyper-readable image. This paper therefore discusses the interrelated concepts of readability, mediation and virtuality in the specific case of The Anthropocene Project, a multidisciplinary work by Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal and Nicholas De Pencier in which AR installations, 360° VR films and gigapixel photo essays with video extensions are combined to deliver interactive and immersive experiences in environments deeply marked by human activity. In particular, an evaluation of the ability of the media used in the project to make the Anthropocene readable is proposed precisely on the basis of renouncing a claim to immediacy: in reference above all to the AR installations and the 360° VR films, we affirm that the very lack of perfect overlapping between reality and virtuality, according to what Engberg and Bolter (2020) have defined as the "La Ciotat effect", can produce in the audience a sense of awe and responsibility.

Di fronte alla sfida epistemica ed etica rappresentata dalla difficile leggibilità dei processi che costituiscono l’Antropocene, le operazioni artistiche possono offrire uno strumento privilegiato per la comprensione dell’impatto umano sul pianeta. Tuttavia, il carattere di “iperoggetto” della crisi ambientale – la quale, nelle parole del filosofo Timothy Morton, si svolge su scale spazio-temporali impossibili per l’uomo da percepire direttamente e non permette una presa di distanza – impedisce agli artisti di fornirne un’immagine trasparente, immediata e iper-leggibile. Nel presente articolo, dunque, si discutono i concetti interrelati di leggibilità, mediatezza e virtualità nel caso specifico di The Anthropocene Project, lavoro multidisciplinare di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier in cui installazioni in AR, film VR a 360° e essay fotografici in gigapixel con estensioni video sono combinati al fine di restituire esperienze interattive e immersive in ambienti profondamente segnati dall’attività umana. In particolare, è proposta una valutazione della capacità dei supporti impiegati all’interno del progetto di rendere possibile una leggibilità dell’Antropocene esattamente a partire dalla rinuncia ad una pretesa di immediatezza: in riferimento soprattutto alle installazioni in AR e ai film VR a 360°, si conclude infatti che proprio la mancanza di una perfetta sovrapponibilità tra realtà e virtualità, secondo quello che Engberg e Bolter (2020) hanno definito “effetto La Ciotat”, può produrre nello spettatore un senso di stupore e responsabilità.

Tracce dal futuro. Leggibilità e virtualità in The Anthropocene Project

Daniel Borselli;Giorgia Ravaioli
2021

Abstract

Di fronte alla sfida epistemica ed etica rappresentata dalla difficile leggibilità dei processi che costituiscono l’Antropocene, le operazioni artistiche possono offrire uno strumento privilegiato per la comprensione dell’impatto umano sul pianeta. Tuttavia, il carattere di “iperoggetto” della crisi ambientale – la quale, nelle parole del filosofo Timothy Morton, si svolge su scale spazio-temporali impossibili per l’uomo da percepire direttamente e non permette una presa di distanza – impedisce agli artisti di fornirne un’immagine trasparente, immediata e iper-leggibile. Nel presente articolo, dunque, si discutono i concetti interrelati di leggibilità, mediatezza e virtualità nel caso specifico di The Anthropocene Project, lavoro multidisciplinare di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier in cui installazioni in AR, film VR a 360° e essay fotografici in gigapixel con estensioni video sono combinati al fine di restituire esperienze interattive e immersive in ambienti profondamente segnati dall’attività umana. In particolare, è proposta una valutazione della capacità dei supporti impiegati all’interno del progetto di rendere possibile una leggibilità dell’Antropocene esattamente a partire dalla rinuncia ad una pretesa di immediatezza: in riferimento soprattutto alle installazioni in AR e ai film VR a 360°, si conclude infatti che proprio la mancanza di una perfetta sovrapponibilità tra realtà e virtualità, secondo quello che Engberg e Bolter (2020) hanno definito “effetto La Ciotat”, può produrre nello spettatore un senso di stupore e responsabilità.
Daniel Borselli;Giorgia Ravaioli
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