Il saggio che qui si presenta, propone una rilettura del romanzo Chorus of Mushrooms della scrittrice nippo-canadese Hiromi Goto, ormai un classico della letteratura cosiddetta della diaspora, alla luce del dibattito attuale sulla world literature, per farne il perno di un nuovo approccio. È superfluo ricordare come il concetto di world literature abbia suscitato e continui a suscitare un ampio e vivace dibattito, all’interno del quale il suo potenziale effettivo di rottura è stato più volte messo in discussione: da Gayatri C. Spivak, nel suo Death of a Discipline (2003), e ancora in anni più recenti da Emily Apter (Against World Literature: On the Politics of Untranslatability, 2013) e da Aamir Mufti (Forget English! Orientalism and World Literatures, 2016), che hanno sostenuto che il discorso sulla world literature affonda di fatto le proprie radici nella logica culturale imperialista, che continua sostanzialmente a riprodurre. Sulla base di queste premesse, riprendendo la prospettiva proposta da Rebecca Walkowitz (Born Translated: The Contemporary Novel in an Age of World Literature, 2015), che si focalizza su opere che non sono semplicemente divenute parte di una letteratura transnazionale in virtù di una specifica lettura critica o dei processi di circolazione dei testi, ma piuttosto tematizzano l'esperienza transnazionale, propongo di leggere il ruolo di scrittrici e scrittori come Hiromi Goto nell’ottica di un’alternativa al concetto dominante di world literature, o se si preferisce nell’ottica di un approccio multi-prospettico allo stesso. In Chorus of Mushrooms (1994), Hiromi Goto esplora il ruolo che sia l’appartenenza etnica che il rapporto intimo con altre donne - madri e nonne - giocano nel processo di formazione dell'identità della protagonista, una sansei (nippo-canadese di terza generazione), Muriel/Murasaki. La giovane donna riscrive letteralmente la propria identità etnica attraverso i ricordi della nonna (una issei, immigrata di prima generazione), ricordi che si incarnano nel cibo giapponese che lei si ostina a continuare a consumare, e si fanno sapore, colore, odore. I nisei (seconda generazione di nippo-canadesi) – nel romanzo i genitori della protagonista e in particolare la madre – hanno sperimentato durante la seconda guerra mondiale l'internamento nei campi di concentramento, cioè l'esclusione, esperienza che ha generato la negazione e il rifiuto dell’appartenenza etnica: un vissuto traumatico inscritto nei loro corpi, nonostante lo sforzo per cancellare i ricordi. Per contro Muriel/Murasaki, costretta ad assimilarsi al paese d'accoglienza, sviluppa un profondo interesse per la cultura giapponese, e, nel complesso percorso di ricostruzione e ricomposizione di un’identità che rifiuta di essere ricondotta all’appartenenza etnica o a qualunque paradigma univoco, riesce a far rivivere le memorie delle generazioni precedenti – tanto le cicatrici emotive che le esperienze sensoriali – dando voce a soggetti (femminili) prima silenziosi. E nel rifiuto di risolvere la tensione tra diverse lingue e culture sia a livello tematico che a livello formale, prende forma un racconto che rifugge le insidie della logica culturale imperialista, del particolarismo così come dell'universalismo, e riesce a far riflettere il lettore sulla irriducibile complessità dell'identità individuale, anticipando le parole con le quali Ishiguro Kazuo nel 2017 ha concluso il discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura: “If we are to play an important role in this uncertain future, if we are to get the best from the writers of today and tomorrow … we must become more diverse”.

Inciso nel corpo: il gusto del ricordo e dell’oblio nelle parole di Chorus of Mushrooms di Hiromi Goto

Paola Scrolavezza
2021

Abstract

Il saggio che qui si presenta, propone una rilettura del romanzo Chorus of Mushrooms della scrittrice nippo-canadese Hiromi Goto, ormai un classico della letteratura cosiddetta della diaspora, alla luce del dibattito attuale sulla world literature, per farne il perno di un nuovo approccio. È superfluo ricordare come il concetto di world literature abbia suscitato e continui a suscitare un ampio e vivace dibattito, all’interno del quale il suo potenziale effettivo di rottura è stato più volte messo in discussione: da Gayatri C. Spivak, nel suo Death of a Discipline (2003), e ancora in anni più recenti da Emily Apter (Against World Literature: On the Politics of Untranslatability, 2013) e da Aamir Mufti (Forget English! Orientalism and World Literatures, 2016), che hanno sostenuto che il discorso sulla world literature affonda di fatto le proprie radici nella logica culturale imperialista, che continua sostanzialmente a riprodurre. Sulla base di queste premesse, riprendendo la prospettiva proposta da Rebecca Walkowitz (Born Translated: The Contemporary Novel in an Age of World Literature, 2015), che si focalizza su opere che non sono semplicemente divenute parte di una letteratura transnazionale in virtù di una specifica lettura critica o dei processi di circolazione dei testi, ma piuttosto tematizzano l'esperienza transnazionale, propongo di leggere il ruolo di scrittrici e scrittori come Hiromi Goto nell’ottica di un’alternativa al concetto dominante di world literature, o se si preferisce nell’ottica di un approccio multi-prospettico allo stesso. In Chorus of Mushrooms (1994), Hiromi Goto esplora il ruolo che sia l’appartenenza etnica che il rapporto intimo con altre donne - madri e nonne - giocano nel processo di formazione dell'identità della protagonista, una sansei (nippo-canadese di terza generazione), Muriel/Murasaki. La giovane donna riscrive letteralmente la propria identità etnica attraverso i ricordi della nonna (una issei, immigrata di prima generazione), ricordi che si incarnano nel cibo giapponese che lei si ostina a continuare a consumare, e si fanno sapore, colore, odore. I nisei (seconda generazione di nippo-canadesi) – nel romanzo i genitori della protagonista e in particolare la madre – hanno sperimentato durante la seconda guerra mondiale l'internamento nei campi di concentramento, cioè l'esclusione, esperienza che ha generato la negazione e il rifiuto dell’appartenenza etnica: un vissuto traumatico inscritto nei loro corpi, nonostante lo sforzo per cancellare i ricordi. Per contro Muriel/Murasaki, costretta ad assimilarsi al paese d'accoglienza, sviluppa un profondo interesse per la cultura giapponese, e, nel complesso percorso di ricostruzione e ricomposizione di un’identità che rifiuta di essere ricondotta all’appartenenza etnica o a qualunque paradigma univoco, riesce a far rivivere le memorie delle generazioni precedenti – tanto le cicatrici emotive che le esperienze sensoriali – dando voce a soggetti (femminili) prima silenziosi. E nel rifiuto di risolvere la tensione tra diverse lingue e culture sia a livello tematico che a livello formale, prende forma un racconto che rifugge le insidie della logica culturale imperialista, del particolarismo così come dell'universalismo, e riesce a far riflettere il lettore sulla irriducibile complessità dell'identità individuale, anticipando le parole con le quali Ishiguro Kazuo nel 2017 ha concluso il discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura: “If we are to play an important role in this uncertain future, if we are to get the best from the writers of today and tomorrow … we must become more diverse”.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/870530
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