Esponente di sicuro interesse della architettura contemporanea berlinese è Max Dudler che, con i suoi lavori, ha contribuito a riformulare e consolidare il paesaggio cittadino mediante una produzione architettonica attenta e misurata in cui la cultura del costruire, sia dell’antico sia del moderno, è stata presupposto fondante la sua riflessione architettonica, atteggiamento segnatamente in antitesi ad altre visioni spesso dai risultati dubbi per eccesso di autoreferenzialità o per una fascinazione puramente esteriore agli ultimi stilemi formali di successo in circolazione. La sua attenzione nel processo compositivo muove necessariamente dalle ragioni del sito con regole e limiti che vengono trasformati in opportunità per nuove invenzioni spaziali, in un tentativo di risignificazione dell’architettura quale interprete di contenuti sociali. La condivisione di una forma, la sua riconoscibilità, ma al tempo stesso la sua capacità evocativa, dovrebbe essere il contributo dovuto alla collettività nella ricerca di senso e di appartenenza, in contrasto con la percezione odierna di una realtà “fluida e sfuggente”, senza punti di riferimento. La modificazione e la reinterpretazione continua del fatto urbano sono i dati rivoluzionari di questa indagine perché, se è vero quanto sostiene Zygmunt Bauman circa la società contemporanea, abbiamo a che fare con una razionalità i cui caratteri consistono “nel non farsi imprigionare dal retaggio del proprio passato, nell’indossare la propria identità del momento così come si indossa una camicia, che può essere prontamente sostituita quando diventa inutile o fuori moda” proprio perché la “cultura liquido-moderna non si presenta più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulazione” ma “come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza” (Vite di scarto, Roma–Bari, 2005, p. 145). Deriva da questo l’urgenza di una presa di posizione a favore della ricerca di valori permanenti e trasmissibili dell’architettura della città, della sua memoria e della sua storia. Ed è in questa direzione che Max Dudler si muove all’interno della disciplina, con quella forza immaginativa che gli permette, in ogni occasione progettuale, di reinventare con estrema libertà compositiva il primato di una tradizione condivisa.

Max Dudler. Biblioteca centrale della Humboldt Universität a Berlino. L'uso essenziale degli ordini.

FERA, FRANCESCO SAVERIO
2010

Abstract

Esponente di sicuro interesse della architettura contemporanea berlinese è Max Dudler che, con i suoi lavori, ha contribuito a riformulare e consolidare il paesaggio cittadino mediante una produzione architettonica attenta e misurata in cui la cultura del costruire, sia dell’antico sia del moderno, è stata presupposto fondante la sua riflessione architettonica, atteggiamento segnatamente in antitesi ad altre visioni spesso dai risultati dubbi per eccesso di autoreferenzialità o per una fascinazione puramente esteriore agli ultimi stilemi formali di successo in circolazione. La sua attenzione nel processo compositivo muove necessariamente dalle ragioni del sito con regole e limiti che vengono trasformati in opportunità per nuove invenzioni spaziali, in un tentativo di risignificazione dell’architettura quale interprete di contenuti sociali. La condivisione di una forma, la sua riconoscibilità, ma al tempo stesso la sua capacità evocativa, dovrebbe essere il contributo dovuto alla collettività nella ricerca di senso e di appartenenza, in contrasto con la percezione odierna di una realtà “fluida e sfuggente”, senza punti di riferimento. La modificazione e la reinterpretazione continua del fatto urbano sono i dati rivoluzionari di questa indagine perché, se è vero quanto sostiene Zygmunt Bauman circa la società contemporanea, abbiamo a che fare con una razionalità i cui caratteri consistono “nel non farsi imprigionare dal retaggio del proprio passato, nell’indossare la propria identità del momento così come si indossa una camicia, che può essere prontamente sostituita quando diventa inutile o fuori moda” proprio perché la “cultura liquido-moderna non si presenta più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulazione” ma “come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza” (Vite di scarto, Roma–Bari, 2005, p. 145). Deriva da questo l’urgenza di una presa di posizione a favore della ricerca di valori permanenti e trasmissibili dell’architettura della città, della sua memoria e della sua storia. Ed è in questa direzione che Max Dudler si muove all’interno della disciplina, con quella forza immaginativa che gli permette, in ogni occasione progettuale, di reinventare con estrema libertà compositiva il primato di una tradizione condivisa.
F. S. Fera
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