Nel fascicolo n. 1-2 del 2021 della Rivista "Le Regioni" è stata avviata dal Direttore della Rivista una riflessione tra diversi studiosi del Diritto Regionale in occasione del cinquantesimo anno della concreta apparizione delle Regioni ordinarie sulla scena costituzionale e del ventesimo anniversario dall'entrata in vigore della riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, preceduta dalla legge costituzionale n. 1 del 1999. In quest'ottica, l'Autore ha inteso porre attenzione sul clima allora registratosi in sede scientifica/istituzionale, quando le due riforme da ultimo citate venivano salutate come un'opportuna trasformazione istituzionale in senso "quasi-federale", con non poche aspettative in termini di semplificazione degli assetti competenziali, dei meccanismi decisionali e con l'affermazione di criteri di prossimità per l'esercizio delle funzioni. Ben presto, però, è parso evidente come sia il legislatore, sia la Corte costituzionale (seppur questa successivamente) abbiano operato un sostanziale riaccentramento di diverse competenze, di carattere prevalentemente strategico. Questa tendenza è andata addirittura accentuandosi con la legislazione sulla crisi e il pervasivo coordinamento finanziario, funzionale al contenimento della spesa pubblica e alla necessità di far fronte alla crisi dei debiti sovrani, fino alla più recente crisi pandemica, quando, da autorevoli studiosi è stata finanche teorizzata l'inutilità delle Regioni nel gestire o cogestire situazioni di crisi, con il conseguente auspicio della ricentralizzazione del sistema sanitario. Il che ha posto una pietra tombale sulle richieste di attivazione del regionalismo differenziato, ma soprattutto ha radicalmente compromesso il ricorso a criteri sussidiari per l'esercizio razionale di competenze e servizi.

La riforma del Titolo V "sotto attacco". Dall’entusiasmo regionalista alle torsioni centraliste

Michele Belletti
2021

Abstract

Nel fascicolo n. 1-2 del 2021 della Rivista "Le Regioni" è stata avviata dal Direttore della Rivista una riflessione tra diversi studiosi del Diritto Regionale in occasione del cinquantesimo anno della concreta apparizione delle Regioni ordinarie sulla scena costituzionale e del ventesimo anniversario dall'entrata in vigore della riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, preceduta dalla legge costituzionale n. 1 del 1999. In quest'ottica, l'Autore ha inteso porre attenzione sul clima allora registratosi in sede scientifica/istituzionale, quando le due riforme da ultimo citate venivano salutate come un'opportuna trasformazione istituzionale in senso "quasi-federale", con non poche aspettative in termini di semplificazione degli assetti competenziali, dei meccanismi decisionali e con l'affermazione di criteri di prossimità per l'esercizio delle funzioni. Ben presto, però, è parso evidente come sia il legislatore, sia la Corte costituzionale (seppur questa successivamente) abbiano operato un sostanziale riaccentramento di diverse competenze, di carattere prevalentemente strategico. Questa tendenza è andata addirittura accentuandosi con la legislazione sulla crisi e il pervasivo coordinamento finanziario, funzionale al contenimento della spesa pubblica e alla necessità di far fronte alla crisi dei debiti sovrani, fino alla più recente crisi pandemica, quando, da autorevoli studiosi è stata finanche teorizzata l'inutilità delle Regioni nel gestire o cogestire situazioni di crisi, con il conseguente auspicio della ricentralizzazione del sistema sanitario. Il che ha posto una pietra tombale sulle richieste di attivazione del regionalismo differenziato, ma soprattutto ha radicalmente compromesso il ricorso a criteri sussidiari per l'esercizio razionale di competenze e servizi.
Michele Belletti
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