L’esegesi biblica diventa un parte essenziale della riflessione critica europea sul proprio sistema simbolico. Il primo passo è la distinzione tra Gesù e le prime generazioni cristiane e cioè tra ciò che realmente Gesù fece e pensò e quello che di lui pensarono i vangeli, Paolo e il resto del Nuovo Testamento. I passi successivi consistettero nel mettere in discussione tutte le principali concezioni neotestamentarie relativamente ai rapporti tra ragione e fede, al rapporto tra esseri umani e mondo divino nel senso di stabilire fino a che punto tale rapporto dovesse essere controllato e gestito da un certo intermedio, al rapporto tra autorità ecclesiastica e autorità politica, tra ebrei e cristiani, tra esigenze etiche e concezioni, dottrine e dogmi cristiani. Scienza, morale, politica, la stessa religione potevano costruire la propria autonomia solo nella misura in cui si mettevano in discussione le concezioni tradizionali tramite una nuova interpretazione di quell’insieme di testi – il Nuovo Testamento - che di quel sistema culturale era una delle basi fondanti. Non c’è capitolo della formazione della culturale moderna e contemporanea che non passi attraverso una straordinaria fase di riesame del rapporto tra sistema culturale e base neotestamentaria. Per quanto riguarda l’impatto con Rom 3,28, i pensatori e uomini di cultura che hanno sentito il bisogno di pensare un tipo nuovo di persona in cui la libertà del singolo fosse fondata sulla dignità della scelta individuale, della coscienza individuale, della libertà individuale e di un’organizzazione statale rispettosa di queste libertà, si sono trovati nella necessità di criticare a fondo la concezione paolina, dal punto di vista della possibilità dell’uomo di compiere la legge, dal punto di vista della natura della legge, dal punto di vista del rapporto del pensiero di Paolo con quello di Gesù. Si trattava anche di determinare quale rapporto quella dottrina potesse avere con la legittimazione di un ceto o comunque di un’autorità che - nelle chiese - controllasse sia l’esecuzione della legge, sia la fede, sia i contenuti di ambedue. In questo processo di revisione, tutte le categorie direttamente o indirettamente connesse con il rapporto tra opere della legge e fede in Cristo dovevano essere sottoposte a riesame: peccato, giustificazione, redenzione, ma anche legge (legge naturale, legge ebraica, legge ebraica morale e legge ebraica cerimoniale, universalità o meno della legge ebraica) ma anche la distinzione tra ebrei e non-ebrei.

3. “Per fidem sine operibus legis (Rom 3,28). Alcune questioni circa la presenza di una tematica paolina nella storia della filosofia moderna

PESCE, MAURO
2009

Abstract

L’esegesi biblica diventa un parte essenziale della riflessione critica europea sul proprio sistema simbolico. Il primo passo è la distinzione tra Gesù e le prime generazioni cristiane e cioè tra ciò che realmente Gesù fece e pensò e quello che di lui pensarono i vangeli, Paolo e il resto del Nuovo Testamento. I passi successivi consistettero nel mettere in discussione tutte le principali concezioni neotestamentarie relativamente ai rapporti tra ragione e fede, al rapporto tra esseri umani e mondo divino nel senso di stabilire fino a che punto tale rapporto dovesse essere controllato e gestito da un certo intermedio, al rapporto tra autorità ecclesiastica e autorità politica, tra ebrei e cristiani, tra esigenze etiche e concezioni, dottrine e dogmi cristiani. Scienza, morale, politica, la stessa religione potevano costruire la propria autonomia solo nella misura in cui si mettevano in discussione le concezioni tradizionali tramite una nuova interpretazione di quell’insieme di testi – il Nuovo Testamento - che di quel sistema culturale era una delle basi fondanti. Non c’è capitolo della formazione della culturale moderna e contemporanea che non passi attraverso una straordinaria fase di riesame del rapporto tra sistema culturale e base neotestamentaria. Per quanto riguarda l’impatto con Rom 3,28, i pensatori e uomini di cultura che hanno sentito il bisogno di pensare un tipo nuovo di persona in cui la libertà del singolo fosse fondata sulla dignità della scelta individuale, della coscienza individuale, della libertà individuale e di un’organizzazione statale rispettosa di queste libertà, si sono trovati nella necessità di criticare a fondo la concezione paolina, dal punto di vista della possibilità dell’uomo di compiere la legge, dal punto di vista della natura della legge, dal punto di vista del rapporto del pensiero di Paolo con quello di Gesù. Si trattava anche di determinare quale rapporto quella dottrina potesse avere con la legittimazione di un ceto o comunque di un’autorità che - nelle chiese - controllasse sia l’esecuzione della legge, sia la fede, sia i contenuti di ambedue. In questo processo di revisione, tutte le categorie direttamente o indirettamente connesse con il rapporto tra opere della legge e fede in Cristo dovevano essere sottoposte a riesame: peccato, giustificazione, redenzione, ma anche legge (legge naturale, legge ebraica, legge ebraica morale e legge ebraica cerimoniale, universalità o meno della legge ebraica) ma anche la distinzione tra ebrei e non-ebrei.
M. Pesce
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