Il 26 ottobre 2020 (a soli otto giorni dallo svolgimento delle imminenti elezioni presidenziali), con 52 voti favorevoli e 48 voti contrari, la giudice di corte d’appello Amy Coney Barrett è stata confermata centoquindicesimo Justice della Corte suprema. La sua nomina, scaturita dalla morte della giudice liberal Ruth Bader Ginsburg, è stata presentata dagli organismi di informazione come il definitivo consolidamento della componente conservatrice della Corte, all’interno della quale solo tre giudici su nove sono ormai di nomina democratica. Nella sua udienza pubblica di conferma davanti al Judiciary Commitee del Senato, tuttavia, incalzata dai senatori democratici che le chiedevano di esprimere la sua posizione sulla costituzionalità dell’Obamacare o sulla decisione Roe v. Wade, nella quale la Corte suprema nel 1973 riconobbe il diritto all’aborto, Amy Barrett ha dichiarato: «I have no mission and no agenda. Judges don’t have campaign promises». Nessun obiettivo da realizzare nel corso del suo mandato o promessa da mantenere, perché i giudici, secondo la nuova componente della Corte suprema, non devono averne: il suo programma, aggiungerà poi, è solo quello di attenersi alla rule of law. In queste poche parole il nuovo Justice esprime la complessità ed attualità di un tema che affonda le sue radici nelle origini della storia e del costituzionalismo statunitense: il rapporto tra politica e giurisdizione.

"Parlare con la voce di un giudice": il rapporto tra politica e giurisdizione negli Stati Uniti

Chiara Bologna
2020

Abstract

Il 26 ottobre 2020 (a soli otto giorni dallo svolgimento delle imminenti elezioni presidenziali), con 52 voti favorevoli e 48 voti contrari, la giudice di corte d’appello Amy Coney Barrett è stata confermata centoquindicesimo Justice della Corte suprema. La sua nomina, scaturita dalla morte della giudice liberal Ruth Bader Ginsburg, è stata presentata dagli organismi di informazione come il definitivo consolidamento della componente conservatrice della Corte, all’interno della quale solo tre giudici su nove sono ormai di nomina democratica. Nella sua udienza pubblica di conferma davanti al Judiciary Commitee del Senato, tuttavia, incalzata dai senatori democratici che le chiedevano di esprimere la sua posizione sulla costituzionalità dell’Obamacare o sulla decisione Roe v. Wade, nella quale la Corte suprema nel 1973 riconobbe il diritto all’aborto, Amy Barrett ha dichiarato: «I have no mission and no agenda. Judges don’t have campaign promises». Nessun obiettivo da realizzare nel corso del suo mandato o promessa da mantenere, perché i giudici, secondo la nuova componente della Corte suprema, non devono averne: il suo programma, aggiungerà poi, è solo quello di attenersi alla rule of law. In queste poche parole il nuovo Justice esprime la complessità ed attualità di un tema che affonda le sue radici nelle origini della storia e del costituzionalismo statunitense: il rapporto tra politica e giurisdizione.
2020
Chiara Bologna
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