In ogni caso, la presenza di accordi e il diretto coinvolgimento dei governi nel periodo post-bellico resero le migrazioni strettamente funzionali al galoppante sviluppo economico. La mobilità dei lavoratori costituì infatti un importante fattore di aggiustamento del mercato del lavoro a livello europeo. Da un lato, le imprese dei Paesi di arrivo potevano contare su una riserva di manodopera a basso costo e a basso livello di conflittualità; dall’altro, pur se a caro prezzo dal punto di vista delle relazioni familiari e del costo emotivo, i migranti acquisivano un mezzo di ascesa sociale e un'enorme capacità di finanziare, attraverso le rimesse, le proprie famiglie e le attività nei luoghi di partenza. Ne giovavano d'altra parte anche i governi dei Paesi di partenza, che vedevano allentare le tensioni sociali alimentate dalla disoccupazione, e quelli dei Paesi di arrivo, che attraverso l’impiego di immigrati riuscivano a evitare una crescita troppo rapida dei salari. Difficile immaginare simili condizioni oggi. Sia perché i livelli di crescita economica non sono quelli del dopoguerra, sia per il clima di ostilità di molti governi verso i flussi migratori. Tuttavia gli esempi del passato dovrebbero insegnare che l’assunzione di ruoli attivi nella gestione, se non addirittura nella promozione del fenomeno migratorio, sono in grado di rendere la migrazione una risorsa importante e benefica. Gli squilibri economici e demografici tra aree del mondo e lo sbilanciamento tra domanda e offerta di lavoro che ne segue possono essere limitati dalla possibilità per le persone di spostarsi sul territorio. Questo valeva nel secondo dopoguerra, quando l’Italia era un esportatore netto di manodopera, e continua a valere oggi con il nostro Paese nel suo ruolo di importatore netto. Anzi, a maggior ragione vale oggi, alla luce del processo di invecchiamento in atto e all’inedito svuotamento della popolazione dei giovani adulti.

20 dicembre 1955. L’accordo per i lavoratori italiani in Germania

roberto impicciatore
2019

Abstract

In ogni caso, la presenza di accordi e il diretto coinvolgimento dei governi nel periodo post-bellico resero le migrazioni strettamente funzionali al galoppante sviluppo economico. La mobilità dei lavoratori costituì infatti un importante fattore di aggiustamento del mercato del lavoro a livello europeo. Da un lato, le imprese dei Paesi di arrivo potevano contare su una riserva di manodopera a basso costo e a basso livello di conflittualità; dall’altro, pur se a caro prezzo dal punto di vista delle relazioni familiari e del costo emotivo, i migranti acquisivano un mezzo di ascesa sociale e un'enorme capacità di finanziare, attraverso le rimesse, le proprie famiglie e le attività nei luoghi di partenza. Ne giovavano d'altra parte anche i governi dei Paesi di partenza, che vedevano allentare le tensioni sociali alimentate dalla disoccupazione, e quelli dei Paesi di arrivo, che attraverso l’impiego di immigrati riuscivano a evitare una crescita troppo rapida dei salari. Difficile immaginare simili condizioni oggi. Sia perché i livelli di crescita economica non sono quelli del dopoguerra, sia per il clima di ostilità di molti governi verso i flussi migratori. Tuttavia gli esempi del passato dovrebbero insegnare che l’assunzione di ruoli attivi nella gestione, se non addirittura nella promozione del fenomeno migratorio, sono in grado di rendere la migrazione una risorsa importante e benefica. Gli squilibri economici e demografici tra aree del mondo e lo sbilanciamento tra domanda e offerta di lavoro che ne segue possono essere limitati dalla possibilità per le persone di spostarsi sul territorio. Questo valeva nel secondo dopoguerra, quando l’Italia era un esportatore netto di manodopera, e continua a valere oggi con il nostro Paese nel suo ruolo di importatore netto. Anzi, a maggior ragione vale oggi, alla luce del processo di invecchiamento in atto e all’inedito svuotamento della popolazione dei giovani adulti.
roberto impicciatore
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