Il tema della sicurezza ha acquistato una progressiva centralità nel contesto italiano: le iniziative finalizzate a garantire la protezione della popolazione “autoctona” dalle presunte “minacce” derivanti dai processi migratori si sono moltiplicate negli ultimi decenni, anche a livello locale; parallelamente, la risposta fornita dalle istituzioni alla conflittualità sociale dovuta all’acuirsi della crisi economica e al conseguente riemergere di bisogni spesso dimenticati dalle autorità e dai media si è tradotta, principalmente, nell’ossessione per il mantenimento dell’ordine pubblico. La gestione della sicurezza, nello specifico, si è andata sempre più articolando all’interno di una cornice emergenziale: la necessità e l’urgenza continuamente proclamate e invocate hanno fornito il pretesto per fare ricorso a prassi amministrative e a strumenti giuridici incentrati sull’eccezionalità più che sul governo della legge, innescando meccanismi e dando luogo a processi caratterizzati da un elevato livello di opacità e, in alcuni casi, di segretezza. Obiettivo delle prossime pagine è analizzare questi meccanismi e questi processi, nel tentativo di gettare luce su alcuni aspetti critici dell’amministrazione della sicurezza, che appaiono particolarmente rilevanti in quanto, lungi dal rappresentare un carattere contingente delle istituzioni italiane nella loro storia recente, ne costituiscono invece un tratto strutturale. A questo proposito, l’attenzione sarà focalizzata da un lato sulla gestione della sicurezza pubblica, ossia sulle modalità con cui il controllo della conflittualità sociale – e quindi il mantenimento dell’ordine pubblico – è attuato, e dall’altro su un aspetto specifico della sicurezza urbana, vale a dire sulle strategie tramite cui alcune amministrazioni locali, appellandosi alla necessità di tutelare l’incolumità della popolazione comunale, provano a regolare in maniera autonoma e restrittiva le procedure di iscrizione anagrafica, così da effettuare una selezione tra le persone presenti nel territorio, escludendo le categorie indesiderate. I due ambiti della sicurezza oggetto di attenzione in questo contributo sono senza dubbio piuttosto differenti tra loro: il primo costituisce una delle attività principali delle forze dell’ordine, ed è caratterizzato, come si vedrà meglio in seguito, da un basso livello di formalizzazione normativa; il secondo, invece, coinvolge soltanto indirettamente la polizia, interessando principalmente le amministrazioni comunali, ed è regolato da norme piuttosto chiare e precise. Inoltre, se la gestione dell’ordine pubblico è un settore che riguarda esplicitamente il mantenimento dell’incolumità della popolazione, l’iscrizione anagrafica è una materia che, al contrario, non ha – e non dovrebbe avere – nulla a che fare con la sicurezza, nemmeno nella sua declinazione “urbana”. Eppure, nonostante le differenze che li separano, i due ambiti qui analizzati evidenziano entrambi la presenza di un tratto che caratterizza in maniera costante, per così dire “strutturale”, le istituzioni “democratiche” italiane: il richiamo – spesso pretestuoso – alla necessità di tutelare la sicurezza della comunità nazionale o delle singole comunità locali è impiegato per legittimare l’esercizio di un potere che si configura come altamente discrezionale, tanto da divenire facilmente arbitrario, e opaco, essendo invisibile o quantomeno scarsamente comprensibile nella sua logica e nei meccanismi che ne regolano il funzionamento.

Amministrare nell’ombra Discrezionalità e opacità nella gestione della sicurezza

Gargiulo Enrico
2015

Abstract

Il tema della sicurezza ha acquistato una progressiva centralità nel contesto italiano: le iniziative finalizzate a garantire la protezione della popolazione “autoctona” dalle presunte “minacce” derivanti dai processi migratori si sono moltiplicate negli ultimi decenni, anche a livello locale; parallelamente, la risposta fornita dalle istituzioni alla conflittualità sociale dovuta all’acuirsi della crisi economica e al conseguente riemergere di bisogni spesso dimenticati dalle autorità e dai media si è tradotta, principalmente, nell’ossessione per il mantenimento dell’ordine pubblico. La gestione della sicurezza, nello specifico, si è andata sempre più articolando all’interno di una cornice emergenziale: la necessità e l’urgenza continuamente proclamate e invocate hanno fornito il pretesto per fare ricorso a prassi amministrative e a strumenti giuridici incentrati sull’eccezionalità più che sul governo della legge, innescando meccanismi e dando luogo a processi caratterizzati da un elevato livello di opacità e, in alcuni casi, di segretezza. Obiettivo delle prossime pagine è analizzare questi meccanismi e questi processi, nel tentativo di gettare luce su alcuni aspetti critici dell’amministrazione della sicurezza, che appaiono particolarmente rilevanti in quanto, lungi dal rappresentare un carattere contingente delle istituzioni italiane nella loro storia recente, ne costituiscono invece un tratto strutturale. A questo proposito, l’attenzione sarà focalizzata da un lato sulla gestione della sicurezza pubblica, ossia sulle modalità con cui il controllo della conflittualità sociale – e quindi il mantenimento dell’ordine pubblico – è attuato, e dall’altro su un aspetto specifico della sicurezza urbana, vale a dire sulle strategie tramite cui alcune amministrazioni locali, appellandosi alla necessità di tutelare l’incolumità della popolazione comunale, provano a regolare in maniera autonoma e restrittiva le procedure di iscrizione anagrafica, così da effettuare una selezione tra le persone presenti nel territorio, escludendo le categorie indesiderate. I due ambiti della sicurezza oggetto di attenzione in questo contributo sono senza dubbio piuttosto differenti tra loro: il primo costituisce una delle attività principali delle forze dell’ordine, ed è caratterizzato, come si vedrà meglio in seguito, da un basso livello di formalizzazione normativa; il secondo, invece, coinvolge soltanto indirettamente la polizia, interessando principalmente le amministrazioni comunali, ed è regolato da norme piuttosto chiare e precise. Inoltre, se la gestione dell’ordine pubblico è un settore che riguarda esplicitamente il mantenimento dell’incolumità della popolazione, l’iscrizione anagrafica è una materia che, al contrario, non ha – e non dovrebbe avere – nulla a che fare con la sicurezza, nemmeno nella sua declinazione “urbana”. Eppure, nonostante le differenze che li separano, i due ambiti qui analizzati evidenziano entrambi la presenza di un tratto che caratterizza in maniera costante, per così dire “strutturale”, le istituzioni “democratiche” italiane: il richiamo – spesso pretestuoso – alla necessità di tutelare la sicurezza della comunità nazionale o delle singole comunità locali è impiegato per legittimare l’esercizio di un potere che si configura come altamente discrezionale, tanto da divenire facilmente arbitrario, e opaco, essendo invisibile o quantomeno scarsamente comprensibile nella sua logica e nei meccanismi che ne regolano il funzionamento.
MaTriX. Proposte per un approccio interdisciplinare allo studio delle istituzioni
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Gargiulo Enrico
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