Benché la frantumazione della Jugoslavia sia stata in larga misura preparata da una lunga crisi economico-sociale, su cui si sono innestate divaricanti (e fra loro incompatibili) decisioni delle sue élite politiche in cerca di nuove forme di legittimazione del potere, non c’è dubbio che molti soggetti esterni abbiano contribuito, con le loro azioni, a favorirne il tragico destino, anche se non sempre consapevolmente e non necessariamente nella fase finale che ha preceduto il crollo della federazione. Questo saggio si sofferma pertanto sugli eventi che dalla seconda metà del 1989 si sono venuti determinando in una fase storica di estrema fluidità, i cui cambiamenti – in parte destabilizzanti – hanno successivamente prodotto nuovi modelli di dipendenza e interazione. In questo quadro, le rapide modifiche verificatesi nel quadro geopolitico continentale si sono concretizzate, nel Sud-Est europeo, in una serie di guerre sanguinose. Per parte sua, il polo euro-atlantico (e, con essi, anche il Vaticano) ha affrontato la fase di transizione determinatasi con il crollo del sistema socialista e la fine del Patto di Varsavia, promuovendo una prospettiva di stabilizzazione regionale fondata su propri “criteri” di riferimento, di forte pregnanza politica e valoriale . Nelle intenzioni, questi avrebbero dovuto rappresentare una sorta di guida per i paesi europeo-orientali, cui attenersi per superare il rischio di conflitti, ma anche per rientrare in un alveo euro-atlantico non scevro di tentazioni egemoniche su scala continentale, se non mondiale. Tuttavia, il richiamo a “criteri” che si immaginavano oggettivi ha mostrato presto i suoi limiti allorché ha dovuto confrontarsi con il processo di disgregazione della Jugoslavia. Interpretati dalle parti in causa in modi contrastanti, quei criteri hanno di fatto contribuito a rendere sempre più inestricabile l’individuazione di soluzioni condivise, tanto più che con il passare del tempo la loro stessa coerente applicazione è stata messa in dubbio dal comportamento poco lineare dei paesi promotori. Sicché dopo dieci anni di guerre e quasi trenta di mediazioni diplomatiche, la stabilità nello spazio post-jugoslavo è rimasto un obiettivo ancora da raggiungere. Fra i criteri che più hanno esercitato un impatto controverso qui sono stati considerati il ricorso binario ad anticomunismo e nazionalismo separatista, il richiamo ai diritti umani eal principio di autodeterminazione (non meglio specificato, come si vedrà più avanti). Quest’ultimo, inoltre, è maturato anche nell’ambito della cooperazione regionale e transfrontaliera, in un quadro più generale di sottovalutazione politica delle implicazioni che la frantumazione degli stati avrebbe potuto implicare per la pace in Europa.

Le origini esterne della frantumazione jugoslava

Stefano Bianchini
2019

Abstract

Benché la frantumazione della Jugoslavia sia stata in larga misura preparata da una lunga crisi economico-sociale, su cui si sono innestate divaricanti (e fra loro incompatibili) decisioni delle sue élite politiche in cerca di nuove forme di legittimazione del potere, non c’è dubbio che molti soggetti esterni abbiano contribuito, con le loro azioni, a favorirne il tragico destino, anche se non sempre consapevolmente e non necessariamente nella fase finale che ha preceduto il crollo della federazione. Questo saggio si sofferma pertanto sugli eventi che dalla seconda metà del 1989 si sono venuti determinando in una fase storica di estrema fluidità, i cui cambiamenti – in parte destabilizzanti – hanno successivamente prodotto nuovi modelli di dipendenza e interazione. In questo quadro, le rapide modifiche verificatesi nel quadro geopolitico continentale si sono concretizzate, nel Sud-Est europeo, in una serie di guerre sanguinose. Per parte sua, il polo euro-atlantico (e, con essi, anche il Vaticano) ha affrontato la fase di transizione determinatasi con il crollo del sistema socialista e la fine del Patto di Varsavia, promuovendo una prospettiva di stabilizzazione regionale fondata su propri “criteri” di riferimento, di forte pregnanza politica e valoriale . Nelle intenzioni, questi avrebbero dovuto rappresentare una sorta di guida per i paesi europeo-orientali, cui attenersi per superare il rischio di conflitti, ma anche per rientrare in un alveo euro-atlantico non scevro di tentazioni egemoniche su scala continentale, se non mondiale. Tuttavia, il richiamo a “criteri” che si immaginavano oggettivi ha mostrato presto i suoi limiti allorché ha dovuto confrontarsi con il processo di disgregazione della Jugoslavia. Interpretati dalle parti in causa in modi contrastanti, quei criteri hanno di fatto contribuito a rendere sempre più inestricabile l’individuazione di soluzioni condivise, tanto più che con il passare del tempo la loro stessa coerente applicazione è stata messa in dubbio dal comportamento poco lineare dei paesi promotori. Sicché dopo dieci anni di guerre e quasi trenta di mediazioni diplomatiche, la stabilità nello spazio post-jugoslavo è rimasto un obiettivo ancora da raggiungere. Fra i criteri che più hanno esercitato un impatto controverso qui sono stati considerati il ricorso binario ad anticomunismo e nazionalismo separatista, il richiamo ai diritti umani eal principio di autodeterminazione (non meglio specificato, come si vedrà più avanti). Quest’ultimo, inoltre, è maturato anche nell’ambito della cooperazione regionale e transfrontaliera, in un quadro più generale di sottovalutazione politica delle implicazioni che la frantumazione degli stati avrebbe potuto implicare per la pace in Europa.
Stefano Bianchini
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