L'articolo cerca di fornire un'interpretazione dell'estetica unitaria della celebre band progressive-rock King Crimson, attiva dal 1969 a oggi, alla luce del concetto secondo cui la libertà è una forma di (in)disciplina, ovvero di disciplina e/è indisciplina. Vale a dire che, dialetticamente, la prima può rivelarsi pienamente se stessa solo se mediata con il suo altro, con il suo opposto, andando a generare forme musicali fra le più libere, autonome, originali che la storia della musica popular del secondo ’900 abbia conosciuto proprio in quanto estremamente rigorose, metodiche, strutturate, disciplinate e, al contempo (e in maniera non disgiungibile da ciò), radicalmente indisciplinate, insubordinate, destrutturanti, talvolta sfocianti nell’anarchia. Un’anarchia, però, ossimoricamente sempre ben disciplinata e permeata da un innato senso della costruzione formale e dell’ordine; e, viceversa, un rigore architettonico sempre pulsante di inquietudini, fremiti, tumulti, scosse telluriche, e ben conscio dell’indomita forza del caos che incalza. Dunque, una tendenza alla statica (finanche nell’atteggiamento sul palco), alla costruzione e alla razionalità, e una alla dinamica, all’espressione e alla passionalità, che simmelianamente (per così dire) non si contrappongono astrattamente annullandosi ma vivono proprio della loro Wechselwirkung, “azione reciproca”.

La libertà è una forma di (in)disciplina: l’estetica dei King Crimson e gli Stick Men di Tony Levin live a Bologna. Parte 1

stefano marino
2018

Abstract

L'articolo cerca di fornire un'interpretazione dell'estetica unitaria della celebre band progressive-rock King Crimson, attiva dal 1969 a oggi, alla luce del concetto secondo cui la libertà è una forma di (in)disciplina, ovvero di disciplina e/è indisciplina. Vale a dire che, dialetticamente, la prima può rivelarsi pienamente se stessa solo se mediata con il suo altro, con il suo opposto, andando a generare forme musicali fra le più libere, autonome, originali che la storia della musica popular del secondo ’900 abbia conosciuto proprio in quanto estremamente rigorose, metodiche, strutturate, disciplinate e, al contempo (e in maniera non disgiungibile da ciò), radicalmente indisciplinate, insubordinate, destrutturanti, talvolta sfocianti nell’anarchia. Un’anarchia, però, ossimoricamente sempre ben disciplinata e permeata da un innato senso della costruzione formale e dell’ordine; e, viceversa, un rigore architettonico sempre pulsante di inquietudini, fremiti, tumulti, scosse telluriche, e ben conscio dell’indomita forza del caos che incalza. Dunque, una tendenza alla statica (finanche nell’atteggiamento sul palco), alla costruzione e alla razionalità, e una alla dinamica, all’espressione e alla passionalità, che simmelianamente (per così dire) non si contrappongono astrattamente annullandosi ma vivono proprio della loro Wechselwirkung, “azione reciproca”.
stefano marino
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/632907
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