Se cerchiamo di valutare le condizioni in cui si trovano i laureati dopo aver avviato il processo di ricerca di un posto di lavoro alle dipendenze o un’attività di lavoro autonomo non possiamo dimenticare che esse dipendono fortemente, oltre che dalle caratteristiche della fase economica attraversata, anche dall’architettura istituzionale modellatasi nei due poli che i laureati, cercando un lavoro e lavorando, mettono in collegamento tra di loro: i mercati del lavoro, da un lato, e il sistema di formazione scolastica e universitaria, dall’altro. Tale consapevolezza diviene ancora più pressante quando sia sul piano economico sia su quello istituzionale vengono sperimentati in simultanea shock e cambiamenti particolarmente radicali, come quelli verificatisi nell’arco dell’ultimo trentennio. Shock e cambiamenti che inevitabilmente finiscono per influenzare in maggior misura le regioni che più soffrono di dualismo e arretratezza strutturale nel Paese. Senza alcuna pretesa di compiere un’analisi approfondita, è comunque utile richiamare alcuni fatti stilizzati che ci aiutano a comprendere la portata della transizione che sta mettendo alla prova in particolare gli atenei ed i laureati delle università meridionali, una componente cruciale della società e dell’economia del Paese. La fase economica che stiamo attraversando non potrebbe essere più difficile. L’intero Paese si è mostrato in forte difficoltà nel trovare uno spazio appropriato all’interno della nuova divisione internazionale del lavoro indotta dal processo di globalizzazione dei mercati. La crisi economica globale, che ha avviato dal 2007 la seconda fase della globalizzazione, lo ha colto già debilitato nella ricerca di nuove opportunità: opportunità che spesso hanno emarginato le regioni meno avanzate del Paese. I problemi geo-strategici dell’area Mediterranea e la visione poco lungimirante dell’UE sulle complementarità possibili tra sponda sud e sponda Nord del Mediterraneo hanno aggravato la situazione . Ma nel frattempo anche le trasformazioni dell’architettura istituzionale che regge i due poli di riferimento sono state straordinarie quanto a profondità, insistenza e penetrazione. Il processo di integrazione europea ha influito in modo determinante sulle trasformazioni avvenute nei mercati del lavoro e nei sistemi scolastico, della formazione professionale e universitario nell’ultimo ventennio, sia indirettamente, mediante il vincolo esterno posto alle politiche nazionali, sia direttamente, con il finanziamento dei progetti del Fondo Sociale Europeo ed il metodo aperto di coordinamento adottato nella strategia europea per l’occupazione. L'UE ha, inoltre, attribuito carattere prioritario al miglioramento qualitativo e alla riforma dei sistemi di istruzione e formazione professionale degli Stati membri. Tale priorità è stata ribadita nel Comunicato di Maastricht del 14 dicembre 2004, indicante la necessità di una maggiore cooperazione europea in materia di Vocational Education and Training (VET), individuando gli impegni che gli Stati membri devono assumere e le azioni da realizzare. In Italia, la prima direttrice di evoluzione ha operato a partire dal fronte delle riforme dei mercati del lavoro. In una prima fase essa ha seguito un’impostazione facente perno, soprattutto, sui principi di concertazione e territorializzazione. Tale impostazione, scaturita dall’Accordo sul costo del lavoro del 3 luglio 1993, è stata successivamente integrata prima dal Patto del lavoro del 3 luglio 1996 e poi dal Patto sociale del 22 dicembre 1998. Essa ha portato a rivedere con la Legge n. 196/97 (legge Treu) i caratteri della formazione al lavoro e nel lavoro, a riconoscere e regolamentare il lavoro interinale, a decentrare con il Decreto Legislativo n. 469/97, attuativo della Legge n. 59/97, i servizi per l’impiego, integrandoli con le politiche formative, e ad istituire con la Legge n. 144/99 l’obbligo formativo fino a 18 anni di età e il sistema dell’istruzione e formazione tecnica superiore. A queste norme hanno fatto seguito numerosi atti e leggi regionali di recepimento di funzioni e compiti decentrati. La Legge costituzionale n. 3/01, riformando il Titolo V della Costituzione, ha ulteriormente esteso tale impostazione. In una seconda fase del processo di riforma, con la Legge n. 30/03 (legge Biagi), al principio di concertazione è stata affiancata una logica di sistema facente perno sulla molteplicità dei mercati del lavoro e sulla spinta a promuoverne il funzionamento in condizioni di concorrenza perfetta. Il combinato disposto delle Leggi n. 183/14 (Jobs act), n. 190/14 (Legge di stabilità 2015), n. 208/15 (Legge di stabilità 2016) e n. 232/16 (Legge di stabilità 2017), con il Decreto legislativo n. 151/ 2015 ed il Testo definitivamente approvato dal Senato il 10 Maggio 2017 , con alcune rettifiche, completa sostanzialmente il processo di riforma avviato almeno vent’anni prima. La seconda direttrice ha operato anzitutto sul fronte delle riforme del sistema scolastico. Essa ha fatto perno, anzitutto, sui principi di autonomia scolastica e decentramento stabiliti dalla Legge n. 59/97, la cui attuazione è stata avviata con il Decreto ministeriale n. 251/98, ed ha avuto corso con il Decreto legislativo n. 59/98 sul ruolo dirigenziale dei capi di istituto, il Decreto del Presidente della Repubblica n. 233/98 sul dimensionamento ottimale delle organizzazioni scolastiche, il Decreto Legislativo n. 112/98 sulla gestione finanziaria e amministrativa dell’autonomia scolastica e il Regolamento stabilito con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 275/99. Si è poi consolidata con la Legge n. 9/99 sull’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 15 anni di età, primo passo del ‘riordino dei cicli’, che, con l’istituzione dell’obbligo formativo, è divenuto un vettore di potenziale integrazione tra sistema di istruzione scolastica, sistema di formazione professionale ed esercizio dell’apprendistato. Nel frattempo è stato introdotto il nuovo esame di maturità. Anche lungo questa direttrice hanno fatto seguito numerosi atti e leggi regionali, protocolli d’intesa e accordi quadro . Alcuni dei principali punti di approdo di tale evoluzione complessa e ancora in itinere, che ha interessato l’architettura della formazione professionale in Italia, si possono attualmente individuare nelle caratteristiche di due sistemi complementari: il sistema di istruzione e formazione professionale (IFP) e il sistema di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS). La lunga evoluzione su tale direttrice ha un secondo punto di svolta riguardante la riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione con la Legge n. 107/15 (La buona scuola). In parallelo, hanno operato le riforme del sistema universitario a partire dalla forte influenza inizialmente esercitata dal Processo di Bologna con l’obiettivo di agire sui suoi tre endemici punti deboli: basso tasso di laureati; alto tasso di drop-out; grande discrepanza tra durata ufficiale e durata effettiva degli studi. Tre sono i provvedimenti che hanno reso denso di continue riorganizzazioni il periodo tra il 1999 e il 2010. Il Decreto Ministeriale n. 509/99 ha regolamentato l’autonomia didattica delle università e introdotto, a partire dall’anno accademico 2001-02, il c.d. “sistema 3+2”, basato su un primo ciclo di 180 ETCS ed un secondo ciclo di 300 ETCS. Il Decreto Ministeriale n. 270/04, con successivi decreti del 2007, ha modificato il decreto precedente, con la finalità di reintrodurre corsi di laurea a ciclo unico, ridurre il numero dei corsi di laurea attivati ed il numero di esami da sostenere nell’ambito di ciascun corso di laurea e di introdurre un vincolo di bilancio sulle risorse utilizzabili. La Legge n. 240/2010 (legge Gelmini) ha avuto un forte impatto sulla governance del sistema universitario italiano, trasformandone le relazioni con il resto dell’economia e della società in presenza di risorse che, in termini di potere d’acquisto, sono state decrescenti. Le valutazioni di qualità ed efficacia sono state affidate ad un’agenzia nazionale la cui messa a regime sta richiedendo molto tempo. Questa sequenza di profonde trasformazioni sul piano economico e istituzionale, unitamente ad altre che non abbiamo modo di approfondire in questa sede, ha radicalmente mutato l’organizzazione della conoscenza nel nostro Paese. In tale ambito, il sistema universitario si è progressivamente modificato. Da sistema integrato e fondato prevalentemente sulla cooperazione tra atenei e con l’obiettivo didattico di formare un’élite di studenti particolarmente preparati, si sta trasformando in un sistema frazionato e prevalentemente fondato sulla competizione tra atenei e con l’obiettivo didattico di fornire una formazione standard alla maggioranza degli studenti. Le università meridionali hanno vissuto tale trasformazione con maggiore asprezza e nel valutare i meriti e i demeriti in campo occorre ricordare che alcune crepe possono dipendere dalla storia e dal presente del quadro d’insieme piuttosto che da singole performance. Il nostro saggio, dopo aver sottolineato la portata della transizione in atto, al solo fine di fornire un contributo all’approfondimento del dibattito sulle condizioni strutturali degli atenei meridionali, si concentra su tre aspetti che riteniamo cruciali per valutare la performance dei laureati delle università del Mezzogiorno d’Italia. Nel secondo paragrafo delineeremo in estrema sintesi il quadro di sfondo. Nel terzo paragrafo, esamineremo gli esiti occupazionali dei laureati magistrali mettendoli a confronto con quelli nelle altre circoscrizioni geografiche. Nel quarto paragrafo analizzeremo i riscontri ottenibili sulla mobilità spaziale dei lavoratori laureati residenti al Sud. Il terzo ed il quarto paragrafo utilizzano i dati della XVIII edizione dei Rapporti di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale e sul profilo dei laureati. Il paragrafo finale suggerisce alcune conclusioni.

Mercati del lavoro e occupazione dei laureati magistrali nel Mezzogiorno d’Italia

ANTONELLI, GILBERTO;GUIDETTI, GIOVANNI;TIMOTEO, MARINA;PEDRINI, GIULIO
2017

Abstract

Se cerchiamo di valutare le condizioni in cui si trovano i laureati dopo aver avviato il processo di ricerca di un posto di lavoro alle dipendenze o un’attività di lavoro autonomo non possiamo dimenticare che esse dipendono fortemente, oltre che dalle caratteristiche della fase economica attraversata, anche dall’architettura istituzionale modellatasi nei due poli che i laureati, cercando un lavoro e lavorando, mettono in collegamento tra di loro: i mercati del lavoro, da un lato, e il sistema di formazione scolastica e universitaria, dall’altro. Tale consapevolezza diviene ancora più pressante quando sia sul piano economico sia su quello istituzionale vengono sperimentati in simultanea shock e cambiamenti particolarmente radicali, come quelli verificatisi nell’arco dell’ultimo trentennio. Shock e cambiamenti che inevitabilmente finiscono per influenzare in maggior misura le regioni che più soffrono di dualismo e arretratezza strutturale nel Paese. Senza alcuna pretesa di compiere un’analisi approfondita, è comunque utile richiamare alcuni fatti stilizzati che ci aiutano a comprendere la portata della transizione che sta mettendo alla prova in particolare gli atenei ed i laureati delle università meridionali, una componente cruciale della società e dell’economia del Paese. La fase economica che stiamo attraversando non potrebbe essere più difficile. L’intero Paese si è mostrato in forte difficoltà nel trovare uno spazio appropriato all’interno della nuova divisione internazionale del lavoro indotta dal processo di globalizzazione dei mercati. La crisi economica globale, che ha avviato dal 2007 la seconda fase della globalizzazione, lo ha colto già debilitato nella ricerca di nuove opportunità: opportunità che spesso hanno emarginato le regioni meno avanzate del Paese. I problemi geo-strategici dell’area Mediterranea e la visione poco lungimirante dell’UE sulle complementarità possibili tra sponda sud e sponda Nord del Mediterraneo hanno aggravato la situazione . Ma nel frattempo anche le trasformazioni dell’architettura istituzionale che regge i due poli di riferimento sono state straordinarie quanto a profondità, insistenza e penetrazione. Il processo di integrazione europea ha influito in modo determinante sulle trasformazioni avvenute nei mercati del lavoro e nei sistemi scolastico, della formazione professionale e universitario nell’ultimo ventennio, sia indirettamente, mediante il vincolo esterno posto alle politiche nazionali, sia direttamente, con il finanziamento dei progetti del Fondo Sociale Europeo ed il metodo aperto di coordinamento adottato nella strategia europea per l’occupazione. L'UE ha, inoltre, attribuito carattere prioritario al miglioramento qualitativo e alla riforma dei sistemi di istruzione e formazione professionale degli Stati membri. Tale priorità è stata ribadita nel Comunicato di Maastricht del 14 dicembre 2004, indicante la necessità di una maggiore cooperazione europea in materia di Vocational Education and Training (VET), individuando gli impegni che gli Stati membri devono assumere e le azioni da realizzare. In Italia, la prima direttrice di evoluzione ha operato a partire dal fronte delle riforme dei mercati del lavoro. In una prima fase essa ha seguito un’impostazione facente perno, soprattutto, sui principi di concertazione e territorializzazione. Tale impostazione, scaturita dall’Accordo sul costo del lavoro del 3 luglio 1993, è stata successivamente integrata prima dal Patto del lavoro del 3 luglio 1996 e poi dal Patto sociale del 22 dicembre 1998. Essa ha portato a rivedere con la Legge n. 196/97 (legge Treu) i caratteri della formazione al lavoro e nel lavoro, a riconoscere e regolamentare il lavoro interinale, a decentrare con il Decreto Legislativo n. 469/97, attuativo della Legge n. 59/97, i servizi per l’impiego, integrandoli con le politiche formative, e ad istituire con la Legge n. 144/99 l’obbligo formativo fino a 18 anni di età e il sistema dell’istruzione e formazione tecnica superiore. A queste norme hanno fatto seguito numerosi atti e leggi regionali di recepimento di funzioni e compiti decentrati. La Legge costituzionale n. 3/01, riformando il Titolo V della Costituzione, ha ulteriormente esteso tale impostazione. In una seconda fase del processo di riforma, con la Legge n. 30/03 (legge Biagi), al principio di concertazione è stata affiancata una logica di sistema facente perno sulla molteplicità dei mercati del lavoro e sulla spinta a promuoverne il funzionamento in condizioni di concorrenza perfetta. Il combinato disposto delle Leggi n. 183/14 (Jobs act), n. 190/14 (Legge di stabilità 2015), n. 208/15 (Legge di stabilità 2016) e n. 232/16 (Legge di stabilità 2017), con il Decreto legislativo n. 151/ 2015 ed il Testo definitivamente approvato dal Senato il 10 Maggio 2017 , con alcune rettifiche, completa sostanzialmente il processo di riforma avviato almeno vent’anni prima. La seconda direttrice ha operato anzitutto sul fronte delle riforme del sistema scolastico. Essa ha fatto perno, anzitutto, sui principi di autonomia scolastica e decentramento stabiliti dalla Legge n. 59/97, la cui attuazione è stata avviata con il Decreto ministeriale n. 251/98, ed ha avuto corso con il Decreto legislativo n. 59/98 sul ruolo dirigenziale dei capi di istituto, il Decreto del Presidente della Repubblica n. 233/98 sul dimensionamento ottimale delle organizzazioni scolastiche, il Decreto Legislativo n. 112/98 sulla gestione finanziaria e amministrativa dell’autonomia scolastica e il Regolamento stabilito con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 275/99. Si è poi consolidata con la Legge n. 9/99 sull’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 15 anni di età, primo passo del ‘riordino dei cicli’, che, con l’istituzione dell’obbligo formativo, è divenuto un vettore di potenziale integrazione tra sistema di istruzione scolastica, sistema di formazione professionale ed esercizio dell’apprendistato. Nel frattempo è stato introdotto il nuovo esame di maturità. Anche lungo questa direttrice hanno fatto seguito numerosi atti e leggi regionali, protocolli d’intesa e accordi quadro . Alcuni dei principali punti di approdo di tale evoluzione complessa e ancora in itinere, che ha interessato l’architettura della formazione professionale in Italia, si possono attualmente individuare nelle caratteristiche di due sistemi complementari: il sistema di istruzione e formazione professionale (IFP) e il sistema di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS). La lunga evoluzione su tale direttrice ha un secondo punto di svolta riguardante la riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione con la Legge n. 107/15 (La buona scuola). In parallelo, hanno operato le riforme del sistema universitario a partire dalla forte influenza inizialmente esercitata dal Processo di Bologna con l’obiettivo di agire sui suoi tre endemici punti deboli: basso tasso di laureati; alto tasso di drop-out; grande discrepanza tra durata ufficiale e durata effettiva degli studi. Tre sono i provvedimenti che hanno reso denso di continue riorganizzazioni il periodo tra il 1999 e il 2010. Il Decreto Ministeriale n. 509/99 ha regolamentato l’autonomia didattica delle università e introdotto, a partire dall’anno accademico 2001-02, il c.d. “sistema 3+2”, basato su un primo ciclo di 180 ETCS ed un secondo ciclo di 300 ETCS. Il Decreto Ministeriale n. 270/04, con successivi decreti del 2007, ha modificato il decreto precedente, con la finalità di reintrodurre corsi di laurea a ciclo unico, ridurre il numero dei corsi di laurea attivati ed il numero di esami da sostenere nell’ambito di ciascun corso di laurea e di introdurre un vincolo di bilancio sulle risorse utilizzabili. La Legge n. 240/2010 (legge Gelmini) ha avuto un forte impatto sulla governance del sistema universitario italiano, trasformandone le relazioni con il resto dell’economia e della società in presenza di risorse che, in termini di potere d’acquisto, sono state decrescenti. Le valutazioni di qualità ed efficacia sono state affidate ad un’agenzia nazionale la cui messa a regime sta richiedendo molto tempo. Questa sequenza di profonde trasformazioni sul piano economico e istituzionale, unitamente ad altre che non abbiamo modo di approfondire in questa sede, ha radicalmente mutato l’organizzazione della conoscenza nel nostro Paese. In tale ambito, il sistema universitario si è progressivamente modificato. Da sistema integrato e fondato prevalentemente sulla cooperazione tra atenei e con l’obiettivo didattico di formare un’élite di studenti particolarmente preparati, si sta trasformando in un sistema frazionato e prevalentemente fondato sulla competizione tra atenei e con l’obiettivo didattico di fornire una formazione standard alla maggioranza degli studenti. Le università meridionali hanno vissuto tale trasformazione con maggiore asprezza e nel valutare i meriti e i demeriti in campo occorre ricordare che alcune crepe possono dipendere dalla storia e dal presente del quadro d’insieme piuttosto che da singole performance. Il nostro saggio, dopo aver sottolineato la portata della transizione in atto, al solo fine di fornire un contributo all’approfondimento del dibattito sulle condizioni strutturali degli atenei meridionali, si concentra su tre aspetti che riteniamo cruciali per valutare la performance dei laureati delle università del Mezzogiorno d’Italia. Nel secondo paragrafo delineeremo in estrema sintesi il quadro di sfondo. Nel terzo paragrafo, esamineremo gli esiti occupazionali dei laureati magistrali mettendoli a confronto con quelli nelle altre circoscrizioni geografiche. Nel quarto paragrafo analizzeremo i riscontri ottenibili sulla mobilità spaziale dei lavoratori laureati residenti al Sud. Il terzo ed il quarto paragrafo utilizzano i dati della XVIII edizione dei Rapporti di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale e sul profilo dei laureati. Il paragrafo finale suggerisce alcune conclusioni.
Antonelli, Gilberto; Guidetti, Giovanni; Timoteo, Marina; Pedrini, Giulio
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