L’articolo si propone d’indicare una direzione possibile di ricerca al fine di recuperare la lezione fenomenologica in geografia partendo dalle «risonanze interne» tra il pensiero di Gilbert Simondon e di Maurice Merleau-Ponty. Si tratta di delineare un approccio «geoestetico» al mondo in cui viene abolita la tradizionale divisione tra natura e cultura che ancora affligge gli studi geografici, a favore di una visione globale fondata sul senso originario di aisthesis. Le nozioni di milieu, di luogo e spazio sono state qui riesaminate innanzitutto riprendendo la questione kantiana dell’«orientamento» alla luce del concetto di «preindividuale», inteso come tensione ineliminabile e costitutiva del rapporto tra collettivo e individuo. In questo senso, il «passato non vissuto» che si condensa nella materialità dell’edificato urbano costituisce la modalità d’accesso ad un’idea di identità che si è estesa storicamente dall’ambito domestico allo spazio nazionale, rendendo possibile l’«etnicità fittizia» dello stato-nazione. Tale prospettiva è stata quindi sviluppata sull’esempio storico della colonizzazione europea delle Americhe rispetto al ruolo svolto dai sensoria tecnici, come le carte geografiche e le navi, nel processo di formazione del preindividuale americano e di contemporanea ri-formazione del preindividuale europeo. Il processo coloniale che ha portato alla formazione degli spazi americani, avvalendosi del carattere «transindividuale» dei sensoria, è correlativo infatti, anzi, per usare un termine simondoniano, «trasduttivo» rispetto al formarsi degli spazi europei nazionali (nella duplice valenza di «adattamento-concretizzazione» dei milieu e di «individuazione»), contribuendo in maniera determinante al costituirsi dell’equivoca nozione moderna di identità, tornata in auge a seguito della crisi novecentesca del sistema pubblico interstatale.

«Milieu», luogo e spazio. L’eredità geoestetica di Simondon e Merleau-Ponty

NEVE, MARIO ANGELO
2005

Abstract

L’articolo si propone d’indicare una direzione possibile di ricerca al fine di recuperare la lezione fenomenologica in geografia partendo dalle «risonanze interne» tra il pensiero di Gilbert Simondon e di Maurice Merleau-Ponty. Si tratta di delineare un approccio «geoestetico» al mondo in cui viene abolita la tradizionale divisione tra natura e cultura che ancora affligge gli studi geografici, a favore di una visione globale fondata sul senso originario di aisthesis. Le nozioni di milieu, di luogo e spazio sono state qui riesaminate innanzitutto riprendendo la questione kantiana dell’«orientamento» alla luce del concetto di «preindividuale», inteso come tensione ineliminabile e costitutiva del rapporto tra collettivo e individuo. In questo senso, il «passato non vissuto» che si condensa nella materialità dell’edificato urbano costituisce la modalità d’accesso ad un’idea di identità che si è estesa storicamente dall’ambito domestico allo spazio nazionale, rendendo possibile l’«etnicità fittizia» dello stato-nazione. Tale prospettiva è stata quindi sviluppata sull’esempio storico della colonizzazione europea delle Americhe rispetto al ruolo svolto dai sensoria tecnici, come le carte geografiche e le navi, nel processo di formazione del preindividuale americano e di contemporanea ri-formazione del preindividuale europeo. Il processo coloniale che ha portato alla formazione degli spazi americani, avvalendosi del carattere «transindividuale» dei sensoria, è correlativo infatti, anzi, per usare un termine simondoniano, «trasduttivo» rispetto al formarsi degli spazi europei nazionali (nella duplice valenza di «adattamento-concretizzazione» dei milieu e di «individuazione»), contribuendo in maniera determinante al costituirsi dell’equivoca nozione moderna di identità, tornata in auge a seguito della crisi novecentesca del sistema pubblico interstatale.
M.Neve
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