A cosa servono le emozioni? In base a cosa formiamo le nostre impressioni sulle persone che incontriamo quotidianamente? Il nostro comportamento può venire influenzato dagli stimoli emozionali? La ricerca psicologica cerca da sempre di dare risposta a questi quesiti, fornendoci una base teorica per la comprensione dei nostri comportamenti e dello stretto legame tra elaborazione emozionale, benessere psicologico, gestione delle relazioni. In particolare, possiamo affermare che ciascun individuo elabora costantemente gli stimoli quotidiani in termini di piacevolezza/spiacevolezza e di attivazione percepita (Lang et al, 1997; 2008; Lang & Bradley, 2013), così da mettere in atto appropriate condotte di avvicinamento allo stimolo [se piacevole e dunque funzionale alla sopravvivenza, in quanto connesso a bisogni di base (cibo, riproduzione...) o connessi ad attività ludiche e sociali (divertimento, accudimento, affiliazione...)] o di allontanamento da esso [se spiacevole e dunque potenzialmente pericoloso per la sopravvivenza (incidenti, catastrofi naturali, aggressioni, ferite, corpi mutilati...)]. Sappiamo inoltre che le emozioni sono un potente mediatore del comportamento sociale: in funzione delle caratteristiche percepite (in pochi secondi) in termini di affidabilità e piacevolezza di un volto, tendiamo ad attribuire caratteristiche positive all'interlocutore e a mettere in atto condotte di avvicinamento e approccio, che tendiamo a evitare quando invece giudichiamo un volto maggiormente inaffidabile e/o spiacevole (Todorov et al., 2008; Mattarozzi et al., 2014). Gli infermieri (come altri operatori sanitari, ma forse con maggior continuità, per lo specifico ruolo ricoperto) sono quotidianamente a contatto con stimoli emozionali ad alto grado di spiacevolezza e attivazione (persone malate, ferite, che hanno subito incidenti); tali stimoli non solo non possono essere evitati mediante quella che sarebbe, da un punto di vista evoluzionistico, l'appropriata risposta di allontanamento e di auto-protezione, ma, al contrario, devono essere gestiti dal personale infermieristico con la massima efficienza. Inoltre, nella pratica sanitaria ci si deve relazionare con pazienti di ogni tipo, aspetto, condizione; il pregiudizio che si forma sulla base di queste caratteristiche percettive (pregiudizio che riguarda anche gli infermieri, in quanto persone, nonostante siano pochissimi i professionisti che si rendono conto di queste attribuzioni inconsapevoli e della loro influenza sul comportamento) deve essere costantemente superato, per consentire la corretta presa in carico di tutta l'utenza. In considerazione di tali premesse, con la collaborazione e l'approvazione del Corso di Laurea in Infermieristica dell'Università di Bologna e data comunicazione al Comitato Etico d'Ateneo, è stata pianificata una ricerca sperimentale con i seguenti obiettivi: 1. Indagare la risposta emozionale che futuri infermieri e operatori professionisti forniscono a stimoli emozionali visivi di natura spiacevole, tipici della loro professione di aiuto. In particolare, lo scopo del progetto era quello di valutare se subentri nel tempo, grazie alla pratica, l’abituazione allo stimolo negativo, necessaria ad erogare una buona pratica clinica e assistenziale e ad evitare un eccessivo coinvolgimento emotivo, o se invece gli stimoli spiacevoli mantengano immutata la loro carica stressante; 2. Analizzare come la personalità e la formazione professionale possano modulare la prima impressione che si forma sulla base delle caratteristiche percettive di un volto visto per poco secondi, andando a modificare, nella popolazione degli infermieri e dei futuri professionisti, la propensione alla presa in carico assistenziale. A ciascun partecipante è stato chiesto di 1. osservare e descrivere le reazioni emozionali suscitate da stimoli visivi piacevoli, spiacevoli e neutri (tratti dall'International Affective Picture System, IAPS, Lang et al., 2008), un catalogo di immagini per la ricerca sulle emozioni dell'Università della Florida), presentati ciascuno per 6 secondi; 2. osservare e descrivere le reazioni emozionali e i comportamenti di approccio/evitamento suscitati da immagini di volti ad alta, media e bassa affidabilità percepita (tratti dal catalogo del Karolinska Institute di Stoccolma, Lundqvist et al., 1998), presentati ciascuno per 6 secondi; 3. compilare una batteria di questionari per l'indagine dei tratti di personalità, delle modalità di reazione allo stress e del livello di benessere psicofisico.

La risposta agli stimoli emozionali, la prima impressione e la presa in carico: sfide quotidiane al personale infermieristico e alle organizzazioni sanitarie

MAZZETTI, MICHELA;
2015

Abstract

A cosa servono le emozioni? In base a cosa formiamo le nostre impressioni sulle persone che incontriamo quotidianamente? Il nostro comportamento può venire influenzato dagli stimoli emozionali? La ricerca psicologica cerca da sempre di dare risposta a questi quesiti, fornendoci una base teorica per la comprensione dei nostri comportamenti e dello stretto legame tra elaborazione emozionale, benessere psicologico, gestione delle relazioni. In particolare, possiamo affermare che ciascun individuo elabora costantemente gli stimoli quotidiani in termini di piacevolezza/spiacevolezza e di attivazione percepita (Lang et al, 1997; 2008; Lang & Bradley, 2013), così da mettere in atto appropriate condotte di avvicinamento allo stimolo [se piacevole e dunque funzionale alla sopravvivenza, in quanto connesso a bisogni di base (cibo, riproduzione...) o connessi ad attività ludiche e sociali (divertimento, accudimento, affiliazione...)] o di allontanamento da esso [se spiacevole e dunque potenzialmente pericoloso per la sopravvivenza (incidenti, catastrofi naturali, aggressioni, ferite, corpi mutilati...)]. Sappiamo inoltre che le emozioni sono un potente mediatore del comportamento sociale: in funzione delle caratteristiche percepite (in pochi secondi) in termini di affidabilità e piacevolezza di un volto, tendiamo ad attribuire caratteristiche positive all'interlocutore e a mettere in atto condotte di avvicinamento e approccio, che tendiamo a evitare quando invece giudichiamo un volto maggiormente inaffidabile e/o spiacevole (Todorov et al., 2008; Mattarozzi et al., 2014). Gli infermieri (come altri operatori sanitari, ma forse con maggior continuità, per lo specifico ruolo ricoperto) sono quotidianamente a contatto con stimoli emozionali ad alto grado di spiacevolezza e attivazione (persone malate, ferite, che hanno subito incidenti); tali stimoli non solo non possono essere evitati mediante quella che sarebbe, da un punto di vista evoluzionistico, l'appropriata risposta di allontanamento e di auto-protezione, ma, al contrario, devono essere gestiti dal personale infermieristico con la massima efficienza. Inoltre, nella pratica sanitaria ci si deve relazionare con pazienti di ogni tipo, aspetto, condizione; il pregiudizio che si forma sulla base di queste caratteristiche percettive (pregiudizio che riguarda anche gli infermieri, in quanto persone, nonostante siano pochissimi i professionisti che si rendono conto di queste attribuzioni inconsapevoli e della loro influenza sul comportamento) deve essere costantemente superato, per consentire la corretta presa in carico di tutta l'utenza. In considerazione di tali premesse, con la collaborazione e l'approvazione del Corso di Laurea in Infermieristica dell'Università di Bologna e data comunicazione al Comitato Etico d'Ateneo, è stata pianificata una ricerca sperimentale con i seguenti obiettivi: 1. Indagare la risposta emozionale che futuri infermieri e operatori professionisti forniscono a stimoli emozionali visivi di natura spiacevole, tipici della loro professione di aiuto. In particolare, lo scopo del progetto era quello di valutare se subentri nel tempo, grazie alla pratica, l’abituazione allo stimolo negativo, necessaria ad erogare una buona pratica clinica e assistenziale e ad evitare un eccessivo coinvolgimento emotivo, o se invece gli stimoli spiacevoli mantengano immutata la loro carica stressante; 2. Analizzare come la personalità e la formazione professionale possano modulare la prima impressione che si forma sulla base delle caratteristiche percettive di un volto visto per poco secondi, andando a modificare, nella popolazione degli infermieri e dei futuri professionisti, la propensione alla presa in carico assistenziale. A ciascun partecipante è stato chiesto di 1. osservare e descrivere le reazioni emozionali suscitate da stimoli visivi piacevoli, spiacevoli e neutri (tratti dall'International Affective Picture System, IAPS, Lang et al., 2008), un catalogo di immagini per la ricerca sulle emozioni dell'Università della Florida), presentati ciascuno per 6 secondi; 2. osservare e descrivere le reazioni emozionali e i comportamenti di approccio/evitamento suscitati da immagini di volti ad alta, media e bassa affidabilità percepita (tratti dal catalogo del Karolinska Institute di Stoccolma, Lundqvist et al., 1998), presentati ciascuno per 6 secondi; 3. compilare una batteria di questionari per l'indagine dei tratti di personalità, delle modalità di reazione allo stress e del livello di benessere psicofisico.
Mazzetti, Michela; Patrignani, Giulia; Di Campli, Serena
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