La rocca di Fossombrone, come ogni manufatto allo stato di rudere, forse per quel suo apparente stato di incompletezza che ci permette di ‘guardare dentro l’architettura’, continua a parlarci anche quando tacciono i documenti scritti e le fonti in genere che invece accompagnano le cosiddette ‘opere di genere alto’. I magisteri murari, i materiali, l’articolazione dei vani e volumi, come pure semplici scassi o forature o gli stessi rapporti fisici fra le parti, restituiscono, se letti con pazienza ed attenzione, storie complesse e ricche di rimandi con l’immediatezza e l’attualità della storia materiale. Racconti frammentati, narrazioni intermittenti fatte di segni fragili, non tutti esperiti, che proprio per questo caricano di responsabilità chi si troverà ad operare su queste architetture in rovina, che suggeriscono di pensare a quel concetto di tempo assoluto e senza storia a cui alludeva Alois Riegl parlando di valore dell’antico. Si tratta in buona sostanza di contesti che, come in questo caso, sembrano più difficili da gestire in termini di intervento, almeno in apparenza, anche per la massiccia presenza di vegetazione che caratterizza il sito. Una ricchezza documentata, già all’indomani dell’abbandono del fortilizio, da Francesco Minguzzi ed, a seguire, da tanti vedutisti seicenteschi , nonché dalle foto storiche che si ritrovano negli archivi, frutto di quelle peculiari condizioni ambientali che, sommate alla ridotta pressione antropica, hanno favorito in questo luogo la biodiversità e l’insediamento di specie rare , rendendolo realtà complessa e decisamente più ricca di stimoli per il progetto, che ci si auspica si possa orientare verso strategie di conservazione attiva di ciò che il tempo ci ha lasciato e la natura arricchito, lontano da acritiche visioni ‘sterilizzate’ in cui resta solo la nuda pietra

Una “fortezza all’uso antico assai bella e forte”. Brevi note su ruderi della rocca di Fossombrone.

UGOLINI, ANDREA
2014

Abstract

La rocca di Fossombrone, come ogni manufatto allo stato di rudere, forse per quel suo apparente stato di incompletezza che ci permette di ‘guardare dentro l’architettura’, continua a parlarci anche quando tacciono i documenti scritti e le fonti in genere che invece accompagnano le cosiddette ‘opere di genere alto’. I magisteri murari, i materiali, l’articolazione dei vani e volumi, come pure semplici scassi o forature o gli stessi rapporti fisici fra le parti, restituiscono, se letti con pazienza ed attenzione, storie complesse e ricche di rimandi con l’immediatezza e l’attualità della storia materiale. Racconti frammentati, narrazioni intermittenti fatte di segni fragili, non tutti esperiti, che proprio per questo caricano di responsabilità chi si troverà ad operare su queste architetture in rovina, che suggeriscono di pensare a quel concetto di tempo assoluto e senza storia a cui alludeva Alois Riegl parlando di valore dell’antico. Si tratta in buona sostanza di contesti che, come in questo caso, sembrano più difficili da gestire in termini di intervento, almeno in apparenza, anche per la massiccia presenza di vegetazione che caratterizza il sito. Una ricchezza documentata, già all’indomani dell’abbandono del fortilizio, da Francesco Minguzzi ed, a seguire, da tanti vedutisti seicenteschi , nonché dalle foto storiche che si ritrovano negli archivi, frutto di quelle peculiari condizioni ambientali che, sommate alla ridotta pressione antropica, hanno favorito in questo luogo la biodiversità e l’insediamento di specie rare , rendendolo realtà complessa e decisamente più ricca di stimoli per il progetto, che ci si auspica si possa orientare verso strategie di conservazione attiva di ciò che il tempo ci ha lasciato e la natura arricchito, lontano da acritiche visioni ‘sterilizzate’ in cui resta solo la nuda pietra
ANDREA UGOLINI
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/480582
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