La fotografia è tuttora uno strumento fondamentale del giornalismo sul web, su twitter, sulla carta stampata. Ci racconta l’ennesima recrudescenza della guerra israelo-palestinese, ci informa sugli avvenimenti cruciali, ci mostra autobus sventrati, auto in fiamme, sassaiole, razzi nel cielo e cadaveri. La fotografia è ancora, nell’epoca di chi ha detto che la fotografia è morta perché col digitale non si può credere più a nulla, qualcosa che fa così paura che si muore per lei. Come ha imparato la presunta spia di Gaza. La fotografia è l’istinto primordiale e insopprimibile al voyeurismo collettivo. È il brivido narcisistico che ci fa sentire tutti fotoreporter e accodarci al rito collettivo dello scatto dell’evento, quando anche raccapricciante, per farcene sentire partecipi. Come la folla crudele attorno ai corpi riversi di Gaza, decine di pollici che catturano l’orrore. Qualche anno fa, in un’altra guerra, alcuni soldati americani cedettero alla violenza della fotografia nel carcere iracheno di Abu Ghraib. La fotografia fu causa ed effetto, prova emblematica dei percorsi paradossali e corto circuiti che essa è in grado di attivare. Tutti ricordano quelle piramidi umane di corpi nudi di prigionieri affastellati sotto gli occhi divertiti di soldati e soldatesse in mimetica USA. Quell’iracheno incappucciato e collegato a degli elettrodi come un grottesco albero di natale o quello inginocchiato a terra di fronte a un cane rabbioso che digrigna i denti minaccioso, a malapena trattenuto dalla catena (forse molti meno ricorderanno la non meno paradossale citazione che di quest’ultima foto fece il famoso fotografo di moda Steven Meisel in un contestatissimo servizio per “Vogue” dal titolo State of Emergency). Ma la fotografia, insopprimibile gesto di esibizionismo e autoesaltazione, ribalta il suo destino e da feticcio cinico può diventare capo d’accusa. Come nel rapporto scritto nel 2004 dal generale Antonio Taguba sulle torture commesse nel carcere iracheno. La fotografia stessa era uno strumento di tortura: il rapporto parla di fotografie di rapporti sessuali tra soldati e prigioniere, di foto di cadaveri e foto di detenuti con catene e collari al collo che venivano fatte guardare a forza agli iracheni. La storia fa il suo giro e la fotografia da strumento di tortura diviene testimonianza di colpevolezza. Come nel rapporto del generale Taguba o durante il Terzo Reich, quando i gerarchi nazisti amavano collezionare fotografie prelevate dagli archivi professionali, di associazioni sportive o sindacali che grazie alla descrizione puntigliosa dei loro iscritti avevano permesso loro di scovare ebrei, comunisti, anarchici, zingari. Una sorta di album dei ricordi sfogliando il quale ognuno poteva vantare il numero di sovversivi mandati nei lager. A Norimberga, quelle stesse fotografie furono il certificato di condanna a morte per chi le aveva collezionate.

A Gaza. Il paradosso della fotografia

MUZZARELLI, FEDERICA
2012

Abstract

La fotografia è tuttora uno strumento fondamentale del giornalismo sul web, su twitter, sulla carta stampata. Ci racconta l’ennesima recrudescenza della guerra israelo-palestinese, ci informa sugli avvenimenti cruciali, ci mostra autobus sventrati, auto in fiamme, sassaiole, razzi nel cielo e cadaveri. La fotografia è ancora, nell’epoca di chi ha detto che la fotografia è morta perché col digitale non si può credere più a nulla, qualcosa che fa così paura che si muore per lei. Come ha imparato la presunta spia di Gaza. La fotografia è l’istinto primordiale e insopprimibile al voyeurismo collettivo. È il brivido narcisistico che ci fa sentire tutti fotoreporter e accodarci al rito collettivo dello scatto dell’evento, quando anche raccapricciante, per farcene sentire partecipi. Come la folla crudele attorno ai corpi riversi di Gaza, decine di pollici che catturano l’orrore. Qualche anno fa, in un’altra guerra, alcuni soldati americani cedettero alla violenza della fotografia nel carcere iracheno di Abu Ghraib. La fotografia fu causa ed effetto, prova emblematica dei percorsi paradossali e corto circuiti che essa è in grado di attivare. Tutti ricordano quelle piramidi umane di corpi nudi di prigionieri affastellati sotto gli occhi divertiti di soldati e soldatesse in mimetica USA. Quell’iracheno incappucciato e collegato a degli elettrodi come un grottesco albero di natale o quello inginocchiato a terra di fronte a un cane rabbioso che digrigna i denti minaccioso, a malapena trattenuto dalla catena (forse molti meno ricorderanno la non meno paradossale citazione che di quest’ultima foto fece il famoso fotografo di moda Steven Meisel in un contestatissimo servizio per “Vogue” dal titolo State of Emergency). Ma la fotografia, insopprimibile gesto di esibizionismo e autoesaltazione, ribalta il suo destino e da feticcio cinico può diventare capo d’accusa. Come nel rapporto scritto nel 2004 dal generale Antonio Taguba sulle torture commesse nel carcere iracheno. La fotografia stessa era uno strumento di tortura: il rapporto parla di fotografie di rapporti sessuali tra soldati e prigioniere, di foto di cadaveri e foto di detenuti con catene e collari al collo che venivano fatte guardare a forza agli iracheni. La storia fa il suo giro e la fotografia da strumento di tortura diviene testimonianza di colpevolezza. Come nel rapporto del generale Taguba o durante il Terzo Reich, quando i gerarchi nazisti amavano collezionare fotografie prelevate dagli archivi professionali, di associazioni sportive o sindacali che grazie alla descrizione puntigliosa dei loro iscritti avevano permesso loro di scovare ebrei, comunisti, anarchici, zingari. Una sorta di album dei ricordi sfogliando il quale ognuno poteva vantare il numero di sovversivi mandati nei lager. A Norimberga, quelle stesse fotografie furono il certificato di condanna a morte per chi le aveva collezionate.
F.Muzzarelli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/132337
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