La classificazione, nel maggio 2011, dei campi elettromagnetici a radiofrequenza, fra i fattori “possibilmente cancerogeni”, da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ha rilanciato allarmi e polemiche, riguardanti l’attività dei ricercatori, le multinazionali produttrici di telefonini e l’applicazione o meno del principio di precauzione che sembravano ormai sopiti. Da un lato quindi abbiamo il mondo della ricerca che da anni indaga sui potenziali effetti dell’esposizione ai campi elettromagnetici, dall’altro le preoccupazioni ed i dubbi di chi, per lavoro o per motivi personali, utilizza il telefono cellulare. D’altra parte le caratteristiche tecniche dei sistemi radiomobili di quarta generazione (LTE e WiMAX mobile) sono tali che, per garantire effettiva velocità e qualità del segnale, è necessario creare delle aree di copertura piuttosto piccole, perché solo a distanza non troppo elevata dal trasmettitore è possibile garantire bit-rate elevate. Ciò comporta la necessità di installare un numero di antenne molto elevato, in particolare in area urbana. Questi due aspetti sono indicativi di come il contesto italiano in materia di radioprotezione sia particolarmente complesso, e il quadro d’insieme è ulteriormente difficile per la particolare normativa in materia di radioprotezione che vige in Italia, che proprio per come è strutturata può rendere significativamente difficile il dispiegamento capillare delle nuove reti radiomobili 4G. In particolare l’attuale normativa e le sue modalità di applicazione limitano fortemente la possibilità di usufruire di infrastrutture (siti) in condivisione (site sharing), perciò, dove si riescono a reperire nuovi siti, si ha comunque una moltiplicazione delle installazioni e delle relative infrastrutture, e, dove risulta impossibile reperire nuovi siti, risulta altresì impossibile introdurre nuove tecnologie. In questo scenario esiste quindi il rischio oggettivo che la diffusione della quarta generazione possa venire limitata alle sole aree densamente urbanizzate e altamente remunerative, impedendo di sfruttare appieno le potenzialità offerte dai nuovi sistemi nelle aree più svantaggiate e concorrendo a frenare la crescita conomica legata allo sviluppo e diffusione di nuove tecnologie.

Campi Elettromagnetici

BARBIROLI, MARINA;GUIDUCCI, DORIANA;
2012

Abstract

La classificazione, nel maggio 2011, dei campi elettromagnetici a radiofrequenza, fra i fattori “possibilmente cancerogeni”, da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ha rilanciato allarmi e polemiche, riguardanti l’attività dei ricercatori, le multinazionali produttrici di telefonini e l’applicazione o meno del principio di precauzione che sembravano ormai sopiti. Da un lato quindi abbiamo il mondo della ricerca che da anni indaga sui potenziali effetti dell’esposizione ai campi elettromagnetici, dall’altro le preoccupazioni ed i dubbi di chi, per lavoro o per motivi personali, utilizza il telefono cellulare. D’altra parte le caratteristiche tecniche dei sistemi radiomobili di quarta generazione (LTE e WiMAX mobile) sono tali che, per garantire effettiva velocità e qualità del segnale, è necessario creare delle aree di copertura piuttosto piccole, perché solo a distanza non troppo elevata dal trasmettitore è possibile garantire bit-rate elevate. Ciò comporta la necessità di installare un numero di antenne molto elevato, in particolare in area urbana. Questi due aspetti sono indicativi di come il contesto italiano in materia di radioprotezione sia particolarmente complesso, e il quadro d’insieme è ulteriormente difficile per la particolare normativa in materia di radioprotezione che vige in Italia, che proprio per come è strutturata può rendere significativamente difficile il dispiegamento capillare delle nuove reti radiomobili 4G. In particolare l’attuale normativa e le sue modalità di applicazione limitano fortemente la possibilità di usufruire di infrastrutture (siti) in condivisione (site sharing), perciò, dove si riescono a reperire nuovi siti, si ha comunque una moltiplicazione delle installazioni e delle relative infrastrutture, e, dove risulta impossibile reperire nuovi siti, risulta altresì impossibile introdurre nuove tecnologie. In questo scenario esiste quindi il rischio oggettivo che la diffusione della quarta generazione possa venire limitata alle sole aree densamente urbanizzate e altamente remunerative, impedendo di sfruttare appieno le potenzialità offerte dai nuovi sistemi nelle aree più svantaggiate e concorrendo a frenare la crescita conomica legata allo sviluppo e diffusione di nuove tecnologie.
M. Barbiroli; D. Guiducci; S. Valbonesi
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