L’articolo di Ziglio, Hannefeld e Bertola descrive efficacemente la crescita delle diseguaglianze di salute all’interno dei paesi europei. Gli autori mostrano come non solo vi siano differenze significative tra Stati dell’Est e Stati occidentali, ma all’interno dei paesi europei affluenti vi sono sacche di cattiva salute inaspettate, chiaramente legate a stili di vita più che a situazione di povertà estrema. Gli stili di vita malsani sono strettamente connessi al reddito e all’istruzione, dunque in periodi di crisi economica non ci si può aspettare un miglioramento delle condizioni di salute della popolazione, in special modo di coloro che sono più vulnerabili e che sono più esposti alle contingenze sociali. Mirowski et al. hanno sintetizzato in modo estremamente efficace e chiaro la relazione, complessa, tra povertà e salute: «I poveri devono sopportare un peso triplo: hanno più problemi da affrontare; le loro storie personali spesso creano in loro uno spossante senso di impotenza; tale senso di impotenza li demoralizza e indebolisce la loro volontà di cercare e di intraprendere azioni concrete per risolvere i problemi. L’effetto è, per molti, una moltiplicazione della malattia e della sofferenza» (2000, p. 53). La povertà, dunque, può essere vista come una sorta di sovraesposizione a eventi che hanno effetti pervasivi e di lunga durata. Le persone povere si connotano quindi per essere fragili. Fragilità significa che circostanze che per altri sono problematiche, per i poveri sono tragiche. Un evento, ad esempio una malattia, può innescare un circolo vizioso che va a compromettere molteplici dimensioni: economica, famigliare, affettiva, sociale. La cosa grave è che la povertà si autoalimenta e genera una sorta di perdita progressiva di opportunità che rinforza la condizione di vulnerabilità. Vengono erose possibilità di ripresa. Gli effetti di un evento negativo risultano amplificati e si diffondono in ambiti anche non economici. A livello individuale, prende corpo la convinzione che le proprie azioni non possano incidere sul corso degli eventi e, quindi, sulla propria vita. La povertà è dunque una condizione dinamica e non statica, come invece a volte si legge. Tuttavia, si tratta di una dinamica negativa che può assumere molteplici forme. Un circolo vizioso (Maturo, 2009). Parafrasando Tolstoj, si potrebbe dire che mentre le famiglie ricche si assomigliano un po’ tutte, ogni famiglia povera è povera a modo suo. Viene però da porsi una domanda. Se gli stili di vita sono - almeno nei paesi europei, paesi in termini generali non connotati da forme diffuse di povertà estrema - fortemente correlati alle condizioni di salute, allora non si potrebbe insegnare alla gente a evitare abitudini dannose? Detto in termini più suadenti, non si potrebbe tentare di aumentare il Cultural Health Capital (Shim, 2010) attraverso un’efficace azione comunicativa centrata sulla health literacy (Kickbush e Maag, 2007) delle persone che vada a migliorare l’health self-management delle persone (Gottfredson, 2004)?

La crisi economica alimenterà visioni individualistiche della salute?

MATURO, ANTONIO FRANCESCO
2011

Abstract

L’articolo di Ziglio, Hannefeld e Bertola descrive efficacemente la crescita delle diseguaglianze di salute all’interno dei paesi europei. Gli autori mostrano come non solo vi siano differenze significative tra Stati dell’Est e Stati occidentali, ma all’interno dei paesi europei affluenti vi sono sacche di cattiva salute inaspettate, chiaramente legate a stili di vita più che a situazione di povertà estrema. Gli stili di vita malsani sono strettamente connessi al reddito e all’istruzione, dunque in periodi di crisi economica non ci si può aspettare un miglioramento delle condizioni di salute della popolazione, in special modo di coloro che sono più vulnerabili e che sono più esposti alle contingenze sociali. Mirowski et al. hanno sintetizzato in modo estremamente efficace e chiaro la relazione, complessa, tra povertà e salute: «I poveri devono sopportare un peso triplo: hanno più problemi da affrontare; le loro storie personali spesso creano in loro uno spossante senso di impotenza; tale senso di impotenza li demoralizza e indebolisce la loro volontà di cercare e di intraprendere azioni concrete per risolvere i problemi. L’effetto è, per molti, una moltiplicazione della malattia e della sofferenza» (2000, p. 53). La povertà, dunque, può essere vista come una sorta di sovraesposizione a eventi che hanno effetti pervasivi e di lunga durata. Le persone povere si connotano quindi per essere fragili. Fragilità significa che circostanze che per altri sono problematiche, per i poveri sono tragiche. Un evento, ad esempio una malattia, può innescare un circolo vizioso che va a compromettere molteplici dimensioni: economica, famigliare, affettiva, sociale. La cosa grave è che la povertà si autoalimenta e genera una sorta di perdita progressiva di opportunità che rinforza la condizione di vulnerabilità. Vengono erose possibilità di ripresa. Gli effetti di un evento negativo risultano amplificati e si diffondono in ambiti anche non economici. A livello individuale, prende corpo la convinzione che le proprie azioni non possano incidere sul corso degli eventi e, quindi, sulla propria vita. La povertà è dunque una condizione dinamica e non statica, come invece a volte si legge. Tuttavia, si tratta di una dinamica negativa che può assumere molteplici forme. Un circolo vizioso (Maturo, 2009). Parafrasando Tolstoj, si potrebbe dire che mentre le famiglie ricche si assomigliano un po’ tutte, ogni famiglia povera è povera a modo suo. Viene però da porsi una domanda. Se gli stili di vita sono - almeno nei paesi europei, paesi in termini generali non connotati da forme diffuse di povertà estrema - fortemente correlati alle condizioni di salute, allora non si potrebbe insegnare alla gente a evitare abitudini dannose? Detto in termini più suadenti, non si potrebbe tentare di aumentare il Cultural Health Capital (Shim, 2010) attraverso un’efficace azione comunicativa centrata sulla health literacy (Kickbush e Maag, 2007) delle persone che vada a migliorare l’health self-management delle persone (Gottfredson, 2004)?
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/118651
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