Quanto il successo comunicativo di Ronald Reagan è un dato incontrovertibile, altrettanto è controversa la sua interpretazione. Partendo da una valutazione del personaggio politico nel suo contesto, il presente articolo sottolinea la componente emozionale nella comunicazione reaganiana, per poi concentrarsi sulla componente verbale del suo discorso alla nazione. Più in particolare, si offre qui un’analisi linguistica su base metaforico-cognitiva del primo discorso inaugurale, sviluppata in senso visivo ed emozionale, supportando la tesi del montaggio come una delle chiavi fondamentali della efficacia persuasiva del messaggio di Ronald Reagan. Se sulla sua valutazione critica di Ronald Reagan il mondo intellettuale si divide drasticamente e senza possibilità di dialettica tra detrattori ostinati ed esaltatori indefessi (Lakoff, 1996: 194), il suo successo comunicativo è un dato incontrovertibile. E infatti a dispetto del baratro che divide le prese di posizione sul suo conto, sia storici di destra che di sinistra concordano sul fatto che Reagan sia stato un grande comunicatore, e alternativamente o se ne fanno un vanto, o attribuiscono a questa capacità le ragioni di un ingiustificato successo. Se nessuno mette in dubbio che egli sia stato «the Great Communicator» (Alexrod, 2003: 324), qual è il segreto del successo della comunicazione politica di Ronald Reagan? […]Reagan stesso, come sottolinea Yager (2006: 113), era consapevole dell’importanza di questo appellativo rispetto alla sua ascesa politica, attribuendone le ragioni, come politicamente si conviene, non tanto alle sue doti di comunicatore, quanto alla natura del suo messaggio. In effetti, sempre secondo Yager, supportato in questo anche da Heclo, «il messaggio reaganiano sulla grande riscoperta dei valori americani ha finito per costituire una storia sull’identità americana che ha distinto Reagan dalla maggior parte dei presidenti americani del ventesimo secolo» (ibidem: 113). Ora al di là del fatto che sulla grandezza del suo manifesto politico ci siano molte discussioni, è innegabile la responsabilità della componente simbolica della presidenza reaganiana, una vera e propria celebrazione dei valori tradizionali (Dallek, 1984: 7). Reagan si presenta ai suoi elettori come il portavoce di due messaggi che affondano profondamente nelle radici dell’affermazione identitaria del cittadino americano: il «self made man» e l’individualismo trasferito sullo stato locale. E se del primo Reagan si fa l’immagine personificata, del secondo si fa sostenitore con un discorso che scalda i cuori aggrappandosi all’orgoglio identitario, celando le implicazioni sul piano politico di una proposta che in ultima analisi non può certo dirsi filantropica. Ma la nostra tesi è che contrariamente a quanto Reagan stesso, da bravo comunicatore, sostenga, a determinare il suo successo comunicativo non sia tanto la natura specifica del messaggio politico, quanto e soprattutto il modo di comunicarlo, il fatto che questo messaggio comunichi fiducia. È in combinazione con questo aspetto che va osservato anche il valore del rimando a un rispecchiamento identitario. Questo, è poi rafforzato dalla sua capacità di entrare in comunione col suo pubblico, ed è qui che il rispecchiamento identitario diventa più che empatico, ma «simpatico». Non è soltanto una strategica ricerca di sedurre il pubblico, ma un lasciarsi sedurre e guidare da esso che fanno la magia del rapporto tra lui e la sua audience, per alcuni a maggior ragione, per altri a dispetto dei portati del suo posizionamento ideologico e del suo piano politico. Se c’è una cosa in cui Reagan è abile è nel convincere i suoi ascoltatori a fidarsi di lui.

L’efficacia del discorso di Ronald Reagan: una questione di ‘montaggio’

FERRARI, FEDERICA
2009

Abstract

Quanto il successo comunicativo di Ronald Reagan è un dato incontrovertibile, altrettanto è controversa la sua interpretazione. Partendo da una valutazione del personaggio politico nel suo contesto, il presente articolo sottolinea la componente emozionale nella comunicazione reaganiana, per poi concentrarsi sulla componente verbale del suo discorso alla nazione. Più in particolare, si offre qui un’analisi linguistica su base metaforico-cognitiva del primo discorso inaugurale, sviluppata in senso visivo ed emozionale, supportando la tesi del montaggio come una delle chiavi fondamentali della efficacia persuasiva del messaggio di Ronald Reagan. Se sulla sua valutazione critica di Ronald Reagan il mondo intellettuale si divide drasticamente e senza possibilità di dialettica tra detrattori ostinati ed esaltatori indefessi (Lakoff, 1996: 194), il suo successo comunicativo è un dato incontrovertibile. E infatti a dispetto del baratro che divide le prese di posizione sul suo conto, sia storici di destra che di sinistra concordano sul fatto che Reagan sia stato un grande comunicatore, e alternativamente o se ne fanno un vanto, o attribuiscono a questa capacità le ragioni di un ingiustificato successo. Se nessuno mette in dubbio che egli sia stato «the Great Communicator» (Alexrod, 2003: 324), qual è il segreto del successo della comunicazione politica di Ronald Reagan? […]Reagan stesso, come sottolinea Yager (2006: 113), era consapevole dell’importanza di questo appellativo rispetto alla sua ascesa politica, attribuendone le ragioni, come politicamente si conviene, non tanto alle sue doti di comunicatore, quanto alla natura del suo messaggio. In effetti, sempre secondo Yager, supportato in questo anche da Heclo, «il messaggio reaganiano sulla grande riscoperta dei valori americani ha finito per costituire una storia sull’identità americana che ha distinto Reagan dalla maggior parte dei presidenti americani del ventesimo secolo» (ibidem: 113). Ora al di là del fatto che sulla grandezza del suo manifesto politico ci siano molte discussioni, è innegabile la responsabilità della componente simbolica della presidenza reaganiana, una vera e propria celebrazione dei valori tradizionali (Dallek, 1984: 7). Reagan si presenta ai suoi elettori come il portavoce di due messaggi che affondano profondamente nelle radici dell’affermazione identitaria del cittadino americano: il «self made man» e l’individualismo trasferito sullo stato locale. E se del primo Reagan si fa l’immagine personificata, del secondo si fa sostenitore con un discorso che scalda i cuori aggrappandosi all’orgoglio identitario, celando le implicazioni sul piano politico di una proposta che in ultima analisi non può certo dirsi filantropica. Ma la nostra tesi è che contrariamente a quanto Reagan stesso, da bravo comunicatore, sostenga, a determinare il suo successo comunicativo non sia tanto la natura specifica del messaggio politico, quanto e soprattutto il modo di comunicarlo, il fatto che questo messaggio comunichi fiducia. È in combinazione con questo aspetto che va osservato anche il valore del rimando a un rispecchiamento identitario. Questo, è poi rafforzato dalla sua capacità di entrare in comunione col suo pubblico, ed è qui che il rispecchiamento identitario diventa più che empatico, ma «simpatico». Non è soltanto una strategica ricerca di sedurre il pubblico, ma un lasciarsi sedurre e guidare da esso che fanno la magia del rapporto tra lui e la sua audience, per alcuni a maggior ragione, per altri a dispetto dei portati del suo posizionamento ideologico e del suo piano politico. Se c’è una cosa in cui Reagan è abile è nel convincere i suoi ascoltatori a fidarsi di lui.
F. Ferrari
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/113000
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