Since its first publication in 1832, Pushkin’s Boris Godunov puzzled public and critics, being an ambiguous work, open to several interpretations. The questions raised in this article aim at explaining what Pushkin really meant when he defined his drama as a «romantic tragedy», as well as to what extent his personal reading of Shakespeare shaped his dramatic masterpiece. In fact, Pushkin’s Shakespearianism should be regarded as a peculiar Weltanschauung, at odds with the oligarchic structure of seventeenth century French drama as well as with the solipsistic egotism typical of Byron. As a result, we have an ever-evolving dramatic form, which is meant to fit a variety of characters and actions. Shakespeare’s history plays, with their peculiar hybridization of tragedy and comedy as well as with their cyclic structure, were the inescapable model for Pushkin’s planned dramatic trilogy, covering the rise and fall of the False Dimitry. In tracing back the portrait of his ambiguous hero, Pushkin refers to some extent to the tradition of the tragicomedy. The undisputed protagonist of the resulting «epic drama», however, is neither the capricious Tyche nor the all-seeing Providence, but History, which gathers up undisturbed the threads of this inextricable romantic tragicomedy, awing into silence the Muscovite people as well as the audience.

Opera aperta e sfuggente, il Boris Godunov sin dalla sua prima pubblicazione ha posto al pubblico e alla critica insormontabili problemi di interpretazione. Il presente contributo si focalizza principalmente su questioni di tassonomia drammatica. Ci siamo chiesti cosa intendesse Puškin con «tragedia romantica» e quanto la rilettura personale che di Shakespeare fa il poeta abbia modellato il suo capolavoro drammatico. Evidentemente lo shakespearismo puškiniano – mediato da traduzioni francesi tardo-settecentesche e da contributi teoretici d’inizio Ottocento – si pone più che altro come peculiare Weltanschauung, contrapposta tanto all’unilateralismo verticistico del Seicento francese quanto all’egotismo solipsistico byroniano. Suo frutto precipuo è la tragedia romantica, intesa come forma teatrale in continua evoluzione, che non si basa più su modelli preesistenti ma, al contrario, è capace di adattarsi alla multiforme varietà dei caratteri e delle azioni. La ciclicità degli histories shakespeariani, con la loro peculiare ibridazione di tragedia e commedia, sarebbe dovuta altresì servire da modello per una progettata trilogia sui Torbidi, avente al centro la figura del Falso Demetrio. Questi infatti da incontrastato protagonista di un mythos plurisecolare, che aveva come genere drammatico d’elezione proprio la tragicommedia, nel Boris di Puškin si trasforma in un proteico e sfuggente impostore, contrapposto simbolicamente alla granitica immobilità dello zar. Certo è che protagonista assoluta di questo grande affresco drammatico rimane la Storia, la cui imperscrutabile violenza si sostituisce alla capricciosità della Tyche alessandrina e all’onniveggente Provvidenza cristiana, consegnandoci così una modernissima tragicommedia romantica.

Boris Godunov: una tragicommedia romantica à la Shakespeare.

DOTI, JACOPO
2010

Abstract

Opera aperta e sfuggente, il Boris Godunov sin dalla sua prima pubblicazione ha posto al pubblico e alla critica insormontabili problemi di interpretazione. Il presente contributo si focalizza principalmente su questioni di tassonomia drammatica. Ci siamo chiesti cosa intendesse Puškin con «tragedia romantica» e quanto la rilettura personale che di Shakespeare fa il poeta abbia modellato il suo capolavoro drammatico. Evidentemente lo shakespearismo puškiniano – mediato da traduzioni francesi tardo-settecentesche e da contributi teoretici d’inizio Ottocento – si pone più che altro come peculiare Weltanschauung, contrapposta tanto all’unilateralismo verticistico del Seicento francese quanto all’egotismo solipsistico byroniano. Suo frutto precipuo è la tragedia romantica, intesa come forma teatrale in continua evoluzione, che non si basa più su modelli preesistenti ma, al contrario, è capace di adattarsi alla multiforme varietà dei caratteri e delle azioni. La ciclicità degli histories shakespeariani, con la loro peculiare ibridazione di tragedia e commedia, sarebbe dovuta altresì servire da modello per una progettata trilogia sui Torbidi, avente al centro la figura del Falso Demetrio. Questi infatti da incontrastato protagonista di un mythos plurisecolare, che aveva come genere drammatico d’elezione proprio la tragicommedia, nel Boris di Puškin si trasforma in un proteico e sfuggente impostore, contrapposto simbolicamente alla granitica immobilità dello zar. Certo è che protagonista assoluta di questo grande affresco drammatico rimane la Storia, la cui imperscrutabile violenza si sostituisce alla capricciosità della Tyche alessandrina e all’onniveggente Provvidenza cristiana, consegnandoci così una modernissima tragicommedia romantica.
Doti, Jacopo
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