Il ritratto che la società profila sugli adolescenti spazia da decenni dal considerarli spettatori della conoscenza a protagonisti passivi, senza desideri, dell’ipertrofia consumistica. Il presente contributo si occupa, sì, di spettatorialità degli adolescenti ma nel contesto del teatro. Il rapporto tra ribalta e adolescenza, oggi più che mai, risulta difficile da impostare e da studiare, ma, se la distanza diminuisce, può affrontare i temi della relazione e della formazione con rinnovato slancio. Uno spettacolo non esiste in sé ma solo nell’incontro e, se parliamo di classi di adolescenti, spesso avviene tramite una triangolazione tra ciò che avviene sulla scena, il rito di cittadinanza della visione praticato da un gruppo (che è anche un insieme di singoli con corpi e sguardi diversi) e un educatore che si pone come promotore o mediatore rispetto a quello che il Teatro offre. La proposta parte dall’assunto di Giorgio Testa, esperto di didattica della visione per la Casa dello Spettatore, che ritiene fondamentale, prima di parlare dell’elemento formativo teatrale, fare in modo che per i ragazzi diventi qualcosa di più organico rispetto a una visione occasionale. (Doria e Brusa, 2022). Lo studio incontra questa traccia in una pratica scolastica maturata nel bolognese, all’interno della prima rete tra scuole dedicata al teatro (La scena che educa), grazie alla quale un gruppo nutrito di classi di una Scuola Secondaria di Secondo Grado tecnico- professionale viene invitato ed esposto alla spettatorialità e alla riflessione sulla visione. Viene scelto questo progetto (Crescere spettatori) perché coinvolge anche studenti vulnerabili, che probabilmente non andrebbero mai a teatro, con la sfida di tracciare il perimetro che disegna un incontro di questo tipo. Dopo aver delineato le caratteristiche di questa esperienza, nella seconda parte il contributo prova a inquadrare le teorie pedagogiche che affiorano, rinviando alle fasi successive dello studio la ricerca-azione con i protagonisti. Tra i tanti interrogativi che scattano rispetto a questa tipologia di spettatorialità, il focus si limita a tre ambiti: 1. i caratteri di fecondità e creatività che l’educatore deve cercare quando sceglie di organizzare esperienze che consentano estrazione di valore continuo per il futuro (Dewey, 1938) 2. la possibile configurazione di una giusta distanza tra sé e l’altro e l’attraversamento della stessa. In quali condizioni lo scarto tra platea e palcoscenico attiva una relazione di riconoscimento e di cura, facendo scattare la grammatica della possibilità (Ricoeur, 2005) e della pensabilità positiva (Tolomelli, 2015) 3. l’esposizione, l’essere gettati in una situazione di passibilità in un contesto non ordinario: se questo ‘nuovo’ è un dono, un’occasione di inquietudine o una riconfigurazione (Oliverio, 2019)
Tracà, C. (2025). Adolescenti vulnerabili a teatro: spettatori sospesi tra passibilità e possibilità. Pensa Multimedia.
Adolescenti vulnerabili a teatro: spettatori sospesi tra passibilità e possibilità
cristian Tracà
2025
Abstract
Il ritratto che la società profila sugli adolescenti spazia da decenni dal considerarli spettatori della conoscenza a protagonisti passivi, senza desideri, dell’ipertrofia consumistica. Il presente contributo si occupa, sì, di spettatorialità degli adolescenti ma nel contesto del teatro. Il rapporto tra ribalta e adolescenza, oggi più che mai, risulta difficile da impostare e da studiare, ma, se la distanza diminuisce, può affrontare i temi della relazione e della formazione con rinnovato slancio. Uno spettacolo non esiste in sé ma solo nell’incontro e, se parliamo di classi di adolescenti, spesso avviene tramite una triangolazione tra ciò che avviene sulla scena, il rito di cittadinanza della visione praticato da un gruppo (che è anche un insieme di singoli con corpi e sguardi diversi) e un educatore che si pone come promotore o mediatore rispetto a quello che il Teatro offre. La proposta parte dall’assunto di Giorgio Testa, esperto di didattica della visione per la Casa dello Spettatore, che ritiene fondamentale, prima di parlare dell’elemento formativo teatrale, fare in modo che per i ragazzi diventi qualcosa di più organico rispetto a una visione occasionale. (Doria e Brusa, 2022). Lo studio incontra questa traccia in una pratica scolastica maturata nel bolognese, all’interno della prima rete tra scuole dedicata al teatro (La scena che educa), grazie alla quale un gruppo nutrito di classi di una Scuola Secondaria di Secondo Grado tecnico- professionale viene invitato ed esposto alla spettatorialità e alla riflessione sulla visione. Viene scelto questo progetto (Crescere spettatori) perché coinvolge anche studenti vulnerabili, che probabilmente non andrebbero mai a teatro, con la sfida di tracciare il perimetro che disegna un incontro di questo tipo. Dopo aver delineato le caratteristiche di questa esperienza, nella seconda parte il contributo prova a inquadrare le teorie pedagogiche che affiorano, rinviando alle fasi successive dello studio la ricerca-azione con i protagonisti. Tra i tanti interrogativi che scattano rispetto a questa tipologia di spettatorialità, il focus si limita a tre ambiti: 1. i caratteri di fecondità e creatività che l’educatore deve cercare quando sceglie di organizzare esperienze che consentano estrazione di valore continuo per il futuro (Dewey, 1938) 2. la possibile configurazione di una giusta distanza tra sé e l’altro e l’attraversamento della stessa. In quali condizioni lo scarto tra platea e palcoscenico attiva una relazione di riconoscimento e di cura, facendo scattare la grammatica della possibilità (Ricoeur, 2005) e della pensabilità positiva (Tolomelli, 2015) 3. l’esposizione, l’essere gettati in una situazione di passibilità in un contesto non ordinario: se questo ‘nuovo’ è un dono, un’occasione di inquietudine o una riconfigurazione (Oliverio, 2019)| File | Dimensione | Formato | |
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