L’incontro tra la divina Garbo e una delle bandiere più illustri del Made in Italy delle calzature, il designer Salvatore Ferragamo, ha segnato anche una delle sinergie più compiute tra i desideri della donna che Roland Barthes inserì nell’elenco dei “miti d’oggi” e un modello di stile che avrebbe rivoluzionato e influenzato la moda femminile del Novecento. Capace di recitare da grandissima professionista quale era un ampio ventaglio di storie e ruoli femminili sulla scena, alla Garbo è riuscito di insinuarsi come poche altre attrici prima di lei tanto nell’immaginario del pubblico maschile che in quello femminile. Avvolta nei sontuosi ed eleganti abiti disegnati per lei dal costumista Clement Andreani, più noto come Adrian, l’ex-commessa svedese di un grande magazzino di Stoccolma s’impose come diva internazionale grazie all’immagine riflessa dalle tante pellicole di Hollywood che la consacrarono modello di seduzione dal 1926 al 1941 (anno del suo ritiro definitivo dal cinema): La carne e il diavolo, La divina, La donna del mistero, Orchidea Selvaggia fino a Anna Christie, Mata Hari, La regina Cristina, Maria Walwska e Ninotchka. Eppure ciò che ha reso davvero irresistibile il fascino della Garbo, e che ancora oggi a distanza di tanti anni ce ne rende il ricordo così eccezionale, è stata la progressiva immissione nella dimensione fantastica della celebrità cui apparteneva, di uno stile lontanissimo da quello hollywoodiano e legato invece alla conduzione di una vita privata gelosamente custodita, lontano dalla mondanità e dai riflettori. Così la contraddizione tra la proiezione mitica dell’immagine della diva famosa, seducente e sofisticata come appariva sugli schermi cinematografici mondiali, con la sempre più evidente presenza di capi e accessori “quotidiani” provenienti dalla normalità della donna Garbo, diventa un veicolo fondamentale per alimentarne l’aura di personaggio intrigante e controcorrente anche fuori dal palcoscenico. La Garbo impone un’immagine di donna sportiva, minimalista, che preferisce elementi di vestiario androgino come pantaloni, giacche lunghe oversize, maglioni a collo alto, camicie di taglio maschile, trench, cravatte, cappelli a cloche, baschi, feltri, assieme agli inseparabili grandi occhiali da sole, anticipando così l’ambiguità visiva ed esistenziale che sarà distintiva di un’altra grande diva gender crossing come Marlene Dietrich. La Garbo acquista capi all’emporio militare di Los Angeles e si fa confezionare completi pantalone dal sarto maschile Watson su suggerimento di Mercedes de Acosta. Guarda al comfort, alla praticità e alla funzionalità e rifugge agli eccessi e all’ostentazione

Greta Garbo e Ferragamo.Il Made in Italy tra Minimalismo e Gender Crossing

MUZZARELLI, FEDERICA
2011

Abstract

L’incontro tra la divina Garbo e una delle bandiere più illustri del Made in Italy delle calzature, il designer Salvatore Ferragamo, ha segnato anche una delle sinergie più compiute tra i desideri della donna che Roland Barthes inserì nell’elenco dei “miti d’oggi” e un modello di stile che avrebbe rivoluzionato e influenzato la moda femminile del Novecento. Capace di recitare da grandissima professionista quale era un ampio ventaglio di storie e ruoli femminili sulla scena, alla Garbo è riuscito di insinuarsi come poche altre attrici prima di lei tanto nell’immaginario del pubblico maschile che in quello femminile. Avvolta nei sontuosi ed eleganti abiti disegnati per lei dal costumista Clement Andreani, più noto come Adrian, l’ex-commessa svedese di un grande magazzino di Stoccolma s’impose come diva internazionale grazie all’immagine riflessa dalle tante pellicole di Hollywood che la consacrarono modello di seduzione dal 1926 al 1941 (anno del suo ritiro definitivo dal cinema): La carne e il diavolo, La divina, La donna del mistero, Orchidea Selvaggia fino a Anna Christie, Mata Hari, La regina Cristina, Maria Walwska e Ninotchka. Eppure ciò che ha reso davvero irresistibile il fascino della Garbo, e che ancora oggi a distanza di tanti anni ce ne rende il ricordo così eccezionale, è stata la progressiva immissione nella dimensione fantastica della celebrità cui apparteneva, di uno stile lontanissimo da quello hollywoodiano e legato invece alla conduzione di una vita privata gelosamente custodita, lontano dalla mondanità e dai riflettori. Così la contraddizione tra la proiezione mitica dell’immagine della diva famosa, seducente e sofisticata come appariva sugli schermi cinematografici mondiali, con la sempre più evidente presenza di capi e accessori “quotidiani” provenienti dalla normalità della donna Garbo, diventa un veicolo fondamentale per alimentarne l’aura di personaggio intrigante e controcorrente anche fuori dal palcoscenico. La Garbo impone un’immagine di donna sportiva, minimalista, che preferisce elementi di vestiario androgino come pantaloni, giacche lunghe oversize, maglioni a collo alto, camicie di taglio maschile, trench, cravatte, cappelli a cloche, baschi, feltri, assieme agli inseparabili grandi occhiali da sole, anticipando così l’ambiguità visiva ed esistenziale che sarà distintiva di un’altra grande diva gender crossing come Marlene Dietrich. La Garbo acquista capi all’emporio militare di Los Angeles e si fa confezionare completi pantalone dal sarto maschile Watson su suggerimento di Mercedes de Acosta. Guarda al comfort, alla praticità e alla funzionalità e rifugge agli eccessi e all’ostentazione
F. Muzzarelli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11585/106609
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