L’introduzione al volume Lo sviluppo della semiotica ripropone il contributo di Roman Jakobson come snodo decisivo per comprendere la genesi e la portata teorica della semiotica novecentesca, sottraendolo tanto alle letture riduttive quanto alla sua canonizzazione parziale. Viene messa in luce la funzione mediatrice di Jakobson tra tradizioni differenti, da Peirce a Saussure fino alla fenomenologia, mostrando come il suo lavoro contribuisca a delineare una scienza generale delle mediazioni segnice. L’autore insiste sulla necessità di non assumere la lingua naturale come modello esclusivo per tutti i sistemi semiotici, ma di pensare i linguaggi secondo una logica comparativa e relazionale. Centrale è la dimensione mereologica, che consente di comprendere il linguaggio insieme come totalità strutturata e come parte di un più ampio ambiente culturale. L’introduzione evidenzia inoltre come la riflessione jakobsoniana anticipi un superamento della concezione puramente strutturale del segno, aprendosi a una teoria delle interazioni tra livelli espressivi, contestuali e pragmatici. La semiotica appare così come disciplina intrinsecamente interstiziale, capace di attraversare linguistica, antropologia e teoria dell’arte senza ridursi a nessuna di esse. Viene sottolineata l’importanza di recuperare la profondità storica del progetto semiotico, contro una sua dispersione in mode teoriche contingenti. L’opera di Jakobson è presentata come laboratorio di una semiotica dinamica, attenta alle trasformazioni e alle traduzioni tra codici. In questa prospettiva, la nozione di sviluppo non indica una semplice progressione lineare, ma un processo di ridefinizione continua dei propri oggetti e metodi. L’introduzione si configura infine come un invito a riattivare criticamente l’eredità jakobsoniana per restituire alla semiotica una funzione teorica forte nel panorama contemporaneo.
Basso, P. (2017). Introduzione. Roma : Luca Sossella editore.
Introduzione
Pierluigi Basso Fossali
2017
Abstract
L’introduzione al volume Lo sviluppo della semiotica ripropone il contributo di Roman Jakobson come snodo decisivo per comprendere la genesi e la portata teorica della semiotica novecentesca, sottraendolo tanto alle letture riduttive quanto alla sua canonizzazione parziale. Viene messa in luce la funzione mediatrice di Jakobson tra tradizioni differenti, da Peirce a Saussure fino alla fenomenologia, mostrando come il suo lavoro contribuisca a delineare una scienza generale delle mediazioni segnice. L’autore insiste sulla necessità di non assumere la lingua naturale come modello esclusivo per tutti i sistemi semiotici, ma di pensare i linguaggi secondo una logica comparativa e relazionale. Centrale è la dimensione mereologica, che consente di comprendere il linguaggio insieme come totalità strutturata e come parte di un più ampio ambiente culturale. L’introduzione evidenzia inoltre come la riflessione jakobsoniana anticipi un superamento della concezione puramente strutturale del segno, aprendosi a una teoria delle interazioni tra livelli espressivi, contestuali e pragmatici. La semiotica appare così come disciplina intrinsecamente interstiziale, capace di attraversare linguistica, antropologia e teoria dell’arte senza ridursi a nessuna di esse. Viene sottolineata l’importanza di recuperare la profondità storica del progetto semiotico, contro una sua dispersione in mode teoriche contingenti. L’opera di Jakobson è presentata come laboratorio di una semiotica dinamica, attenta alle trasformazioni e alle traduzioni tra codici. In questa prospettiva, la nozione di sviluppo non indica una semplice progressione lineare, ma un processo di ridefinizione continua dei propri oggetti e metodi. L’introduzione si configura infine come un invito a riattivare criticamente l’eredità jakobsoniana per restituire alla semiotica una funzione teorica forte nel panorama contemporaneo.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



