L’articolo rilegge il modello saussuriano alla luce degli autografi e dei corsi, mostrando come la “sincronia” del Cours non basti a stabilizzare la teoria della lingua. La tensione centrale riguarda la “spola” tra evento interpretativo (parole) e trasmissione di un patrimonio (langue), che impedisce sia la psicologizzazione sia la reificazione formalistica del segno. Il fatto linguistico viene concepito come articolazione di “vuoti” (kenoma / sema caduco) e come oggetto clinico, esposto al rischio di dicotomie irrigidite. Per rendere produttiva la sincronia, l’analisi propone una prospettiva archeologica degli usi, capace di ricostruire le eredità che rendono possibile la trasmissione. Da qui il principio di “semiotizzazione ricorsiva”: ogni medium è anche bene culturale e ogni segno porta segnature storiche, pur restando localmente arbitrario. L’identità del segno è aporetica: non consiste in invarianti, ma in una trascendenza negoziata attraverso versioni, con variazioni dissociate tra espressione e contenuto. La nozione di “oggetto linguistico” emerge solo negativamente: non è unità stabile, bensì intersezione fra fatto di langue e fatto di parole. La metafora dei “rattoppi” descrive una lingua incompiuta, rinnovata dall’analogia e dalla concorrenza paradigmatica. La dimensione paradigmatica viene ripensata come “tessitura” e “tabularità” del senso, prodotta dalla parole mentre ristruttura la langue. Ne risulta una “ecologia semiologica” in cui i segni sono prototipi di identità culturali: non ontologie, ma gestioni storiche di versioni e trasmissioni.
Basso, P. (2014). Il fatto linguistico, l’identità culturale dei segni, l’incidenza paradigmatica: Tensioni interne al modello saussuriano. Roma : Aracne.
Il fatto linguistico, l’identità culturale dei segni, l’incidenza paradigmatica: Tensioni interne al modello saussuriano
Pierluigi Basso Fossali
2014
Abstract
L’articolo rilegge il modello saussuriano alla luce degli autografi e dei corsi, mostrando come la “sincronia” del Cours non basti a stabilizzare la teoria della lingua. La tensione centrale riguarda la “spola” tra evento interpretativo (parole) e trasmissione di un patrimonio (langue), che impedisce sia la psicologizzazione sia la reificazione formalistica del segno. Il fatto linguistico viene concepito come articolazione di “vuoti” (kenoma / sema caduco) e come oggetto clinico, esposto al rischio di dicotomie irrigidite. Per rendere produttiva la sincronia, l’analisi propone una prospettiva archeologica degli usi, capace di ricostruire le eredità che rendono possibile la trasmissione. Da qui il principio di “semiotizzazione ricorsiva”: ogni medium è anche bene culturale e ogni segno porta segnature storiche, pur restando localmente arbitrario. L’identità del segno è aporetica: non consiste in invarianti, ma in una trascendenza negoziata attraverso versioni, con variazioni dissociate tra espressione e contenuto. La nozione di “oggetto linguistico” emerge solo negativamente: non è unità stabile, bensì intersezione fra fatto di langue e fatto di parole. La metafora dei “rattoppi” descrive una lingua incompiuta, rinnovata dall’analogia e dalla concorrenza paradigmatica. La dimensione paradigmatica viene ripensata come “tessitura” e “tabularità” del senso, prodotta dalla parole mentre ristruttura la langue. Ne risulta una “ecologia semiologica” in cui i segni sono prototipi di identità culturali: non ontologie, ma gestioni storiche di versioni e trasmissioni.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



