Gli iniziali entusiasmi, a fine 2009, per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che si sperava avrebbe reso l’Europa più efficiente all’interno e più forte sulla scena internazionale, erano stati quasi subito stemperati dalle scelte dei nuovi vertici UE: il belga Herman van Rompuy come presidente del Consiglio europeo e la britannica Catherine Ashton come alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza. Scelte non condivise dalla maggior parte della stampa e degli analisti, che le giudicò il frutto di un compromesso al ribasso per non oscurare e ostacolare i leader dei singoli paesi. Ebbene il 2010, complice anche la grave crisi economica-finanziaria, non ha registrato nemmeno un pallido sprazzo di quell’entusiasmo iniziale. Qualcuno ha parlato addirittura di annus horribilis per l’Unione Europea, non pochi si sono chiesti se il Trattato di Lisbona sia davvero servito a qualcosa, altri lo hanno definito un completo fallimento ; per i più pessimisti la UE, già colpita in modo pesante dall’esito dei referendum di Francia e Olanda nel 2005, è stata uccisa definitivamente dalla recessione degli ultimi due anni. Insomma l’Europa di oggi, dopo una lunga e tribolata fase costituente, appare una sorta di «grande malato» che si trascina stancamente nella routine quotidiana mentre ogni giorno, dentro e fuori dai suoi confini, si affacciano nuove sfide e nuove minacce. E la malattia risulta seria e preoccupante sia perché sembra aver investito tutti gli organi del colosso comunitario, sia perché faticano ad emergere cure e guaritori appropriati. Da un lato, infatti, perdura la debolezza istituzionale e politica della UE, che non riesce a decollare sulla scena internazionale, né ad imporre all’interno gli interessi europei su quelli dei singoli paesi. Dall’altro lato, sono mancati negli ultimi anni grandi leader capaci di elaborare un’attenta riflessione sulle prospettive del progetto comunitario e di proporre ai cittadini una vera «pedagogia europea», trasmettendo loro il significato profondo (ma anche l’utilità) dell’integrazione.

LA "NUOVA EUROPA" NON VINCE E NON CONVINCE: IL TRATTATO DI LISBONA UN ANNO DOPO

GUAZZALOCA, GIULIA
2011

Abstract

Gli iniziali entusiasmi, a fine 2009, per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che si sperava avrebbe reso l’Europa più efficiente all’interno e più forte sulla scena internazionale, erano stati quasi subito stemperati dalle scelte dei nuovi vertici UE: il belga Herman van Rompuy come presidente del Consiglio europeo e la britannica Catherine Ashton come alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza. Scelte non condivise dalla maggior parte della stampa e degli analisti, che le giudicò il frutto di un compromesso al ribasso per non oscurare e ostacolare i leader dei singoli paesi. Ebbene il 2010, complice anche la grave crisi economica-finanziaria, non ha registrato nemmeno un pallido sprazzo di quell’entusiasmo iniziale. Qualcuno ha parlato addirittura di annus horribilis per l’Unione Europea, non pochi si sono chiesti se il Trattato di Lisbona sia davvero servito a qualcosa, altri lo hanno definito un completo fallimento ; per i più pessimisti la UE, già colpita in modo pesante dall’esito dei referendum di Francia e Olanda nel 2005, è stata uccisa definitivamente dalla recessione degli ultimi due anni. Insomma l’Europa di oggi, dopo una lunga e tribolata fase costituente, appare una sorta di «grande malato» che si trascina stancamente nella routine quotidiana mentre ogni giorno, dentro e fuori dai suoi confini, si affacciano nuove sfide e nuove minacce. E la malattia risulta seria e preoccupante sia perché sembra aver investito tutti gli organi del colosso comunitario, sia perché faticano ad emergere cure e guaritori appropriati. Da un lato, infatti, perdura la debolezza istituzionale e politica della UE, che non riesce a decollare sulla scena internazionale, né ad imporre all’interno gli interessi europei su quelli dei singoli paesi. Dall’altro lato, sono mancati negli ultimi anni grandi leader capaci di elaborare un’attenta riflessione sulle prospettive del progetto comunitario e di proporre ai cittadini una vera «pedagogia europea», trasmettendo loro il significato profondo (ma anche l’utilità) dell’integrazione.
L'EUROPA DI CARTA. STAMPA E OPINIONE PUBBLICA IN EUROPA NEL 2010
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52
G. GUAZZALOCA
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