Come in altri paesi a maggioranza cattolica, anche in Spagna teorie corporative erano presenti nel panorama ideologico fin dal XIX secolo. Dopo la Grande guerra, che nonostante la neutralità spagnola ebbe anche qui profondi effetti politici e culturali, il dibattito sul corporativismo come possibile soluzione per una riconfigurazione dei rapporti tra economia, società e Stato si riaprì, coinvolgendo vari settori della sfera politica e intellettuale. Nel frattempo, dall’Italia arrivò sulla scena storica una nuova opzione politica, il fascismo, che annoverava il corporativismo tra i suoi punti programmatici. La riforma sindacale firmata dal ministro Alfredo Rocco nell’aprile 1926 introdusse una nuova disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, inaugurando un ordinamento corporativo che sarebbe stato poi implementato negli anni successivi. A partire dal 1926 il progetto corporativo fascista rappresentò un modello non solo in senso astratto, come oggetto del dibattito politico e giuridico, ma anche su un piano empirico, come esperimento che venne preso a riferimento da legislatori di altri paesi europei. Un primo esempio di questa influenza transnazionale del laboratorio fascista venne proprio dalla Spagna durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera. Per opera del ministro del lavoro Eduardo Aunós Pérez, infatti, tra il novembre 1926 e il maggio 1928 anche la monarchia spagnola si dotò di un’organizzazione corporativa, che per alcuni aspetti richiamava il precedente italiano. Questo saggio ricostruisce gli sviluppi di questo processo storico, mettendo in comparazione i progetti corporativi avviati in Italia e Spagna a metà degli anni Venti, al fine di osservare affinità, differenze e soprattutto reciproche influenze.
Pasetti, M. (2026). La variante española: el corporativismo fascista en el régimen de Miguel Primo de Rivera. Madrid : Catarata.
La variante española: el corporativismo fascista en el régimen de Miguel Primo de Rivera
Matteo Pasetti
2026
Abstract
Come in altri paesi a maggioranza cattolica, anche in Spagna teorie corporative erano presenti nel panorama ideologico fin dal XIX secolo. Dopo la Grande guerra, che nonostante la neutralità spagnola ebbe anche qui profondi effetti politici e culturali, il dibattito sul corporativismo come possibile soluzione per una riconfigurazione dei rapporti tra economia, società e Stato si riaprì, coinvolgendo vari settori della sfera politica e intellettuale. Nel frattempo, dall’Italia arrivò sulla scena storica una nuova opzione politica, il fascismo, che annoverava il corporativismo tra i suoi punti programmatici. La riforma sindacale firmata dal ministro Alfredo Rocco nell’aprile 1926 introdusse una nuova disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, inaugurando un ordinamento corporativo che sarebbe stato poi implementato negli anni successivi. A partire dal 1926 il progetto corporativo fascista rappresentò un modello non solo in senso astratto, come oggetto del dibattito politico e giuridico, ma anche su un piano empirico, come esperimento che venne preso a riferimento da legislatori di altri paesi europei. Un primo esempio di questa influenza transnazionale del laboratorio fascista venne proprio dalla Spagna durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera. Per opera del ministro del lavoro Eduardo Aunós Pérez, infatti, tra il novembre 1926 e il maggio 1928 anche la monarchia spagnola si dotò di un’organizzazione corporativa, che per alcuni aspetti richiamava il precedente italiano. Questo saggio ricostruisce gli sviluppi di questo processo storico, mettendo in comparazione i progetti corporativi avviati in Italia e Spagna a metà degli anni Venti, al fine di osservare affinità, differenze e soprattutto reciproche influenze.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


