E’ difficile cogliere criticamente la “politica criminale” di quanto incluso e disciplinato nell’ultimo pacchetto sicurezza del 2009. La natura “compulsiva” che già segnava la legislazione penale degli ultimi mesi della XIV legislatura , tende ulteriormente e progressivamente ad accentuarsi. Se vogliamo intendere quest'ultimo provvedimento legislativo, forse è d’obbligo leggere criticamente la legislazione prevalentemente penale ma non solo, quantomeno a fare corso dal 2005. Confido che se non tutto si può spiegare, qualche cosa e forse di importante si possa già cogliere nella politica criminale del governo di centro-destra, qualche cosa che vada oltre alla prima e pur in sé corretta impressione di una legislazione penale a la carte, o “come tu mi vuoi”, una specie di “Gradisca patibolare” segnata pertanto da un forte investimento di marketing. Ripeto: osservazione pertinente ed acuta, tanto è vero che senza tradurre, si intitolò già a fare corso dal 2006 questa legislazione come compulsiva, quando David Garland un lustro prima, con riferimento alla legislazione penale di destra negli USA del tempo, utilizzò per primo il termine acting aut per definire una politica del controllo sociale “impulsiva”, “irriflessiva”, “isterica”. La politica criminale nello stato di diritto coincideva in buona misura e sostanza con gli assunti della dogmatica garantista sette-ottocentesca, attenta nel trovare un soddisfacente equilibrio tra difesa sociale e tutela delle libertà individuali; mentre nello stato sociale di diritto si comprendeva negli intenti inclusivi propri delle politiche di welfare, che anche nella realtà del nostro paese portarono nella seconda metà del secolo scorso a teorizzare una politica penale costituzionalmente orientata. In ambedue queste decisive circostanze storiche il giudizio critico sulla politica criminale si decideva sulle “premesse”. Oggi, invece, la politica criminale si valuta unicamente sulle “conseguenze”.Concentrarsi sulle conseguenze, appunto: la politica criminale si misura sugli effetti sui fenomeni criminali, senza doversi preliminarmente “scomodare” nel prendere partito tra i molteplici modelli esplicativi dei fenomeni devianti che si vogliono contrastare. Come dire: non c’è bisogno di “conoscere” le cause del “male” per poterlo combattere, semplicemente perché il male criminale non si sconfigge, come si può invece sconfiggere una malattia; la criminalità può solo essere “governata” più o meno efficacemente. A ben intendere è questa una posizione assai avanzata, quasi estrema, nel processo di laicizzazione del sistema di giustizia criminale, che come azione politica ed amministrativa non ha più necessità di condividere delle premesse fondative. Poca importa se il delitto sia frutto della malvagità dell’uomo, del peccato originale o sia invece conseguenza di ingiustizie sociali. E soprattutto non ha alcun senso fare discendere la risposta sociale al delitto da una condivisa idea eziologica dello stesso. E accettabile solo quella politica che si mostra nei fatti di funzionare meglio, cioè di essere capace di governare il fenomeno meglio di altre.

Introduzione: la metafora della guerra e la democrazia di sicurezza

PAVARINI, MASSIMO
2010

Abstract

E’ difficile cogliere criticamente la “politica criminale” di quanto incluso e disciplinato nell’ultimo pacchetto sicurezza del 2009. La natura “compulsiva” che già segnava la legislazione penale degli ultimi mesi della XIV legislatura , tende ulteriormente e progressivamente ad accentuarsi. Se vogliamo intendere quest'ultimo provvedimento legislativo, forse è d’obbligo leggere criticamente la legislazione prevalentemente penale ma non solo, quantomeno a fare corso dal 2005. Confido che se non tutto si può spiegare, qualche cosa e forse di importante si possa già cogliere nella politica criminale del governo di centro-destra, qualche cosa che vada oltre alla prima e pur in sé corretta impressione di una legislazione penale a la carte, o “come tu mi vuoi”, una specie di “Gradisca patibolare” segnata pertanto da un forte investimento di marketing. Ripeto: osservazione pertinente ed acuta, tanto è vero che senza tradurre, si intitolò già a fare corso dal 2006 questa legislazione come compulsiva, quando David Garland un lustro prima, con riferimento alla legislazione penale di destra negli USA del tempo, utilizzò per primo il termine acting aut per definire una politica del controllo sociale “impulsiva”, “irriflessiva”, “isterica”. La politica criminale nello stato di diritto coincideva in buona misura e sostanza con gli assunti della dogmatica garantista sette-ottocentesca, attenta nel trovare un soddisfacente equilibrio tra difesa sociale e tutela delle libertà individuali; mentre nello stato sociale di diritto si comprendeva negli intenti inclusivi propri delle politiche di welfare, che anche nella realtà del nostro paese portarono nella seconda metà del secolo scorso a teorizzare una politica penale costituzionalmente orientata. In ambedue queste decisive circostanze storiche il giudizio critico sulla politica criminale si decideva sulle “premesse”. Oggi, invece, la politica criminale si valuta unicamente sulle “conseguenze”.Concentrarsi sulle conseguenze, appunto: la politica criminale si misura sugli effetti sui fenomeni criminali, senza doversi preliminarmente “scomodare” nel prendere partito tra i molteplici modelli esplicativi dei fenomeni devianti che si vogliono contrastare. Come dire: non c’è bisogno di “conoscere” le cause del “male” per poterlo combattere, semplicemente perché il male criminale non si sconfigge, come si può invece sconfiggere una malattia; la criminalità può solo essere “governata” più o meno efficacemente. A ben intendere è questa una posizione assai avanzata, quasi estrema, nel processo di laicizzazione del sistema di giustizia criminale, che come azione politica ed amministrativa non ha più necessità di condividere delle premesse fondative. Poca importa se il delitto sia frutto della malvagità dell’uomo, del peccato originale o sia invece conseguenza di ingiustizie sociali. E soprattutto non ha alcun senso fare discendere la risposta sociale al delitto da una condivisa idea eziologica dello stesso. E accettabile solo quella politica che si mostra nei fatti di funzionare meglio, cioè di essere capace di governare il fenomeno meglio di altre.
M. Pavarini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11585/102804
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