Il 14 ottobre 2008 la Camera dei deputati è stata chiamata a esprimersi in merito alla mozione «Cota ed altri n. 1-00033» sull’accesso degli studenti stranieri alla scuola dell’obbligo. Il tema caldo della mozione riguarda l’istituzione delle cosiddette «classi di inserimento», cioè di classi riservate agli studenti stranieri che non hanno dimostrato di possedere una sufficiente conoscenza della lingua italiana certificata dal «superamento di test e specifiche prove di valutazione». Sebbene la mozione si limiti a indirizzare la politica del governo e non produca effetti esecutivi, la sua approvazione ha sollevato numerose proteste in quanto accusata di essere un provvedimento «ghettizzante». La mozione Cota, infatti, mira a promuovere l’apprendimento e l’integrazione dello studente straniero attraverso l’istituzione di classi di inserimento destinate a quanti non hanno un’adeguata conoscenza della lingua italiana. In altre parole, la mozione attua una «politica di discriminazione transitoria positiva a favore dei minori immigrati» per agevolare l’apprendimento linguistico, ridurre i rischi di esclusione e promuovere l’integrazione dello studente straniero nel sistema scolastico e sociale. Tuttavia, una lettura attenta della mozione rivela che la «transitorietà» della permanenza dello studente straniero nella classe di inserimento non è affatto scontata e il rischio che le classi di inserimento si trasformino in vere e proprie classi differenziali non è così remoto. La decisione di porre l’accento sul problema della competenza linguistica è indiscutibilmente apprezzabile. La mancata corretta padronanza della lingua del paese ospitante è il primo ostacolo con cui il giovane immigrato si deve confrontare in occasione del suo inserimento nel nuovo contesto scolastico. Non a caso, la scuola individua nella competenza linguistica il requisito minimo per rendere possibile l’integrazione dello studente straniero e promuovere il suo successo formativo. Ma quello linguistico è un problema complesso, che la mozione sembra sottovalutare. La probabilità di apprendere una lingua e di saperla parlare bene quanto un nativo – cioè possedere una buona padronanza sintattica e grammaticale, nonché avere una capacità di espressione verbale priva di accenti – è strettamente connessa all’età al momento dell’arrivo nella società ospitante. Questo dettaglio è particolarmente rilevante, dal momento che un terzo degli studenti stranieri è riconducibile a quel segmento particolare, noto sotto il nome di «seconda generazione», dei nati in Italia da genitori stranieri. Per la maggior parte di questi giovani non si registrano difficoltà linguistiche, ma la mozione non chiarisce se anche loro debbano sostenere il test al momento dell’ingresso scolastico. La mozione intende risolvere il problema della valutazione del deficit linguistico ricorrendo a test e a prove di valutazione, ma glissa abilmente su quali debbano essere le competenze da testare (linguistiche e/o altre conoscenze?), nonché sulla questione – affatto secondaria – della lingua in cui formulare i quesiti. Il presente contributo mira ad esaminare nel dettaglio i contenuti della mozione Cota, evidenziando i limiti e le lacune di questo provvedimento, che ha avuto, quanto meno, il pregio di essere riuscito a toccare un nervo scoperto e di dare visibilità a un problema reale: la gestione della presenza straniera all’interno delle nostre scuole.

Lo straniero in classe

MANTOVANI, DEBORA
2009

Abstract

Il 14 ottobre 2008 la Camera dei deputati è stata chiamata a esprimersi in merito alla mozione «Cota ed altri n. 1-00033» sull’accesso degli studenti stranieri alla scuola dell’obbligo. Il tema caldo della mozione riguarda l’istituzione delle cosiddette «classi di inserimento», cioè di classi riservate agli studenti stranieri che non hanno dimostrato di possedere una sufficiente conoscenza della lingua italiana certificata dal «superamento di test e specifiche prove di valutazione». Sebbene la mozione si limiti a indirizzare la politica del governo e non produca effetti esecutivi, la sua approvazione ha sollevato numerose proteste in quanto accusata di essere un provvedimento «ghettizzante». La mozione Cota, infatti, mira a promuovere l’apprendimento e l’integrazione dello studente straniero attraverso l’istituzione di classi di inserimento destinate a quanti non hanno un’adeguata conoscenza della lingua italiana. In altre parole, la mozione attua una «politica di discriminazione transitoria positiva a favore dei minori immigrati» per agevolare l’apprendimento linguistico, ridurre i rischi di esclusione e promuovere l’integrazione dello studente straniero nel sistema scolastico e sociale. Tuttavia, una lettura attenta della mozione rivela che la «transitorietà» della permanenza dello studente straniero nella classe di inserimento non è affatto scontata e il rischio che le classi di inserimento si trasformino in vere e proprie classi differenziali non è così remoto. La decisione di porre l’accento sul problema della competenza linguistica è indiscutibilmente apprezzabile. La mancata corretta padronanza della lingua del paese ospitante è il primo ostacolo con cui il giovane immigrato si deve confrontare in occasione del suo inserimento nel nuovo contesto scolastico. Non a caso, la scuola individua nella competenza linguistica il requisito minimo per rendere possibile l’integrazione dello studente straniero e promuovere il suo successo formativo. Ma quello linguistico è un problema complesso, che la mozione sembra sottovalutare. La probabilità di apprendere una lingua e di saperla parlare bene quanto un nativo – cioè possedere una buona padronanza sintattica e grammaticale, nonché avere una capacità di espressione verbale priva di accenti – è strettamente connessa all’età al momento dell’arrivo nella società ospitante. Questo dettaglio è particolarmente rilevante, dal momento che un terzo degli studenti stranieri è riconducibile a quel segmento particolare, noto sotto il nome di «seconda generazione», dei nati in Italia da genitori stranieri. Per la maggior parte di questi giovani non si registrano difficoltà linguistiche, ma la mozione non chiarisce se anche loro debbano sostenere il test al momento dell’ingresso scolastico. La mozione intende risolvere il problema della valutazione del deficit linguistico ricorrendo a test e a prove di valutazione, ma glissa abilmente su quali debbano essere le competenze da testare (linguistiche e/o altre conoscenze?), nonché sulla questione – affatto secondaria – della lingua in cui formulare i quesiti. Il presente contributo mira ad esaminare nel dettaglio i contenuti della mozione Cota, evidenziando i limiti e le lacune di questo provvedimento, che ha avuto, quanto meno, il pregio di essere riuscito a toccare un nervo scoperto e di dare visibilità a un problema reale: la gestione della presenza straniera all’interno delle nostre scuole.
D. Mantovani
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11585/102220
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