Certamente l’Ottocento è stato il secolo che ha celebrato l’individuo, ma agli inizi del Novecento le ideologie forti del fascismo e del comunismo hanno sottomesso la spinta autorealizzativa del soggetto alle esigenze di entità collettive: la Nazione, il Partito, lo Stato, a cui è stata demandata la possibilità di irregimentare i singoli alle superiori ragioni di un ‘noi’, incarnate nella personalità del capo, emblematica sintesi di quelle entità collettive (cfr. il paragrafo 1.1 Voglia di comunità ? Alcune condizioni). La lotta alle ideologie e ai regimi da esse derivati è stata condotta in nome della libertà individuale, salvo poi, con l’erosione dei vincoli comunitari, quale conseguenza dell’enfasi sulle istanze di autorealizzazione, pervenire alla denuncia dell’ideologicità della rappresentazione degli individui come atomi che facilmente possono legarsi e slegarsi, senza obblighi di alcun genere. Da qui si è innestato un tentativo di riabilitare la comunità. Tra il finire del secolo scorso e l’inizio di questo, non a caso, si sono moltiplicati gli studi relativi alla comunità, gli appelli, talvolta venati di nostalgia per la vita comunitaria, i tentativi di recuperare forme di relazionalità in qualche modo riconducibili ai modi di vita che la modernità aveva provveduto a soppiantare (cfr. 1.2 Educazione e comunità e 1.3 Scuola come comunità). Esiste una correlazione fra questa richiesta di maggiore comunità e la percezione che abbiamo di vivere in un mondo molto più complesso e difficile, con meno garanzie di sicurezza del passato. Ognuno, in solitudine, si trova ad affrontare problemi che prevedono più probabilità di fallimento che di successo. Si prenda ad esempio la questione del lavoro e del welfare (cfr. 1.4 Welfare community). Quando il contesto si presenta incerto, e persino criptico, l’unica mossa che ci viene da fare è affidarci a noi stessi, investiamo sul nostro corpo e sulle sue estensioni: i nostri cari, la casa, i nostri beni. Ci rifugiamo in oasi di prevedibilità e rifuggiamo dall’ambiente che avvertiamo ostile, lo categorizziamo negativamente e lo teniamo a debita distanza, elevando barriere di diffidenza. Eppure la comunità esprime un’assiologia che diviene trasformativa ed educativa (cfr. 2. Il tesoro dei valori della/nella comunità). Certo, occorre vigilare affinché la comprensibile voglia di comunità non scada in familismo e invece sappia autenticamente farsi bisogno di comunità. Dispositivi che animano la partecipazione e dispongono processi di ricercaformazione- azione coinvolgenti e trasformativi la comunità, capacitanti potremmo dire, risultano necessari a co-costruire un contesto di reciprocità e riconoscibilità
COLAZZO, S., Ellerani, P., Manfreda, A., Ria, D. (2016). Il bisogno di comunità e i costrutti teorici. Milano : Pearson Italia.
Il bisogno di comunità e i costrutti teorici
Ellerani, P.
Co-primo
;
2016
Abstract
Certamente l’Ottocento è stato il secolo che ha celebrato l’individuo, ma agli inizi del Novecento le ideologie forti del fascismo e del comunismo hanno sottomesso la spinta autorealizzativa del soggetto alle esigenze di entità collettive: la Nazione, il Partito, lo Stato, a cui è stata demandata la possibilità di irregimentare i singoli alle superiori ragioni di un ‘noi’, incarnate nella personalità del capo, emblematica sintesi di quelle entità collettive (cfr. il paragrafo 1.1 Voglia di comunità ? Alcune condizioni). La lotta alle ideologie e ai regimi da esse derivati è stata condotta in nome della libertà individuale, salvo poi, con l’erosione dei vincoli comunitari, quale conseguenza dell’enfasi sulle istanze di autorealizzazione, pervenire alla denuncia dell’ideologicità della rappresentazione degli individui come atomi che facilmente possono legarsi e slegarsi, senza obblighi di alcun genere. Da qui si è innestato un tentativo di riabilitare la comunità. Tra il finire del secolo scorso e l’inizio di questo, non a caso, si sono moltiplicati gli studi relativi alla comunità, gli appelli, talvolta venati di nostalgia per la vita comunitaria, i tentativi di recuperare forme di relazionalità in qualche modo riconducibili ai modi di vita che la modernità aveva provveduto a soppiantare (cfr. 1.2 Educazione e comunità e 1.3 Scuola come comunità). Esiste una correlazione fra questa richiesta di maggiore comunità e la percezione che abbiamo di vivere in un mondo molto più complesso e difficile, con meno garanzie di sicurezza del passato. Ognuno, in solitudine, si trova ad affrontare problemi che prevedono più probabilità di fallimento che di successo. Si prenda ad esempio la questione del lavoro e del welfare (cfr. 1.4 Welfare community). Quando il contesto si presenta incerto, e persino criptico, l’unica mossa che ci viene da fare è affidarci a noi stessi, investiamo sul nostro corpo e sulle sue estensioni: i nostri cari, la casa, i nostri beni. Ci rifugiamo in oasi di prevedibilità e rifuggiamo dall’ambiente che avvertiamo ostile, lo categorizziamo negativamente e lo teniamo a debita distanza, elevando barriere di diffidenza. Eppure la comunità esprime un’assiologia che diviene trasformativa ed educativa (cfr. 2. Il tesoro dei valori della/nella comunità). Certo, occorre vigilare affinché la comprensibile voglia di comunità non scada in familismo e invece sappia autenticamente farsi bisogno di comunità. Dispositivi che animano la partecipazione e dispongono processi di ricercaformazione- azione coinvolgenti e trasformativi la comunità, capacitanti potremmo dire, risultano necessari a co-costruire un contesto di reciprocità e riconoscibilitàI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



