Per molto tempo l’antropologia sociale e culturale ha espresso una certa diffidenza nei confronti della mediazione culturale e dell’idea di cultura sottostante a questa pratica. Con l’accresciuta consapevolezza delle possibilità e delle strategie con le quali il concetto di cultura può essere usato per fini politici, “gli antropologi sono più restii a parlare di ‘culture’ in maniera acritica, come entità definibili” (Herzfeld 2006, pp. 58-59). L'ironia della sorte ha voluto che, nel passato, fossero proprio gli antropologi a contribuire ad una visione della cultura come un insieme dai confini delimitati e immutabili in cui le caratteristiche di comunanza e condivisione fossero dominanti rispetto alle differenze interne ai gruppi e alle comunità. Oggi questa visione di cultura come insieme omogeneo e definito di caratteri valoriali e comportamentali sembra diffusa nel senso comune e si riscontra spesso nei rapporti quotidiani. Contro questa tendenza, è sempre opportuno ricordare che sono le persone che si incontrano e si scontrano, non tanto le culture. L’evocazione di una cultura astratta viene utilizzata per disegnare confini, a volte con un linguaggio morale, tra un “noi” ed un “loro”, e per forgiare ideologie che invocano, pretendendo in modo retorico di scongiurarla, una sorta di “inconmensurabilità culturale” che naturalizza la distribuzione diseguale delle risorse a livello locale, come lo scontro di civiltà a livello globale. Seguendo i cambiamenti storici del dopoguerra (decolonizzazione, urbanizzazione, migrazioni), la cultura è stata pensata sempre meno come complesso unitario e sempre più come un processo differenziato al suo interno e in costante movimento di ricomposizione e contaminazione (Matera 2008). In questa sede, tenendo conto dei rilievi critici sopra menzionati e, con l’aiuto di alcuni esempi e testimonianze emergenti da alcune ricerche sociali sui servizi rivolti agli immigrati nella Regione Emilia Romagna (Riccio 2008), mostreremo il forte bisogno di mediazione culturale nei servizi, che viene ribadito da più voci e, contemporaneamente, le ambivalenze che caratterizzano il ruolo del mediatore agli occhi sia degli operatori che degli stessi migranti. Inoltre, cercheremo di evidenziare le ricadute operative e pratiche di alcune difficoltà connesse al fenomeno della rappresentanza/rappresentazione e ai molteplici paradossi che circondano la mediazione culturale.

Rappresentare, mediare e negoziare

RICCIO, BRUNO
2010

Abstract

Per molto tempo l’antropologia sociale e culturale ha espresso una certa diffidenza nei confronti della mediazione culturale e dell’idea di cultura sottostante a questa pratica. Con l’accresciuta consapevolezza delle possibilità e delle strategie con le quali il concetto di cultura può essere usato per fini politici, “gli antropologi sono più restii a parlare di ‘culture’ in maniera acritica, come entità definibili” (Herzfeld 2006, pp. 58-59). L'ironia della sorte ha voluto che, nel passato, fossero proprio gli antropologi a contribuire ad una visione della cultura come un insieme dai confini delimitati e immutabili in cui le caratteristiche di comunanza e condivisione fossero dominanti rispetto alle differenze interne ai gruppi e alle comunità. Oggi questa visione di cultura come insieme omogeneo e definito di caratteri valoriali e comportamentali sembra diffusa nel senso comune e si riscontra spesso nei rapporti quotidiani. Contro questa tendenza, è sempre opportuno ricordare che sono le persone che si incontrano e si scontrano, non tanto le culture. L’evocazione di una cultura astratta viene utilizzata per disegnare confini, a volte con un linguaggio morale, tra un “noi” ed un “loro”, e per forgiare ideologie che invocano, pretendendo in modo retorico di scongiurarla, una sorta di “inconmensurabilità culturale” che naturalizza la distribuzione diseguale delle risorse a livello locale, come lo scontro di civiltà a livello globale. Seguendo i cambiamenti storici del dopoguerra (decolonizzazione, urbanizzazione, migrazioni), la cultura è stata pensata sempre meno come complesso unitario e sempre più come un processo differenziato al suo interno e in costante movimento di ricomposizione e contaminazione (Matera 2008). In questa sede, tenendo conto dei rilievi critici sopra menzionati e, con l’aiuto di alcuni esempi e testimonianze emergenti da alcune ricerche sociali sui servizi rivolti agli immigrati nella Regione Emilia Romagna (Riccio 2008), mostreremo il forte bisogno di mediazione culturale nei servizi, che viene ribadito da più voci e, contemporaneamente, le ambivalenze che caratterizzano il ruolo del mediatore agli occhi sia degli operatori che degli stessi migranti. Inoltre, cercheremo di evidenziare le ricadute operative e pratiche di alcune difficoltà connesse al fenomeno della rappresentanza/rappresentazione e ai molteplici paradossi che circondano la mediazione culturale.
Nuovi orizzonti per la mediazione interculturale
35
50
B. Riccio
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