L’educazione dei bambini, richiamando la famiglia come luogo formativo primario, si avvale di diversi ambiti che, a partire dalla scuola, si allargano all’extrascolastico in una diversificata offerta tra cui spicca l’attività sportiva. Lo sport, in effetti, viene considerato dalle famiglie luogo di educazione e formazione, tanto è vero che ad esso vengono affidati la maggioranza dei bambini, anche in età prescolare. Esiste una diffusa fiducia educativa, che investe lo sport e gli operatori in esso coinvolti (istruttori, allenatori, dirigenti), creando forti aspettative nell’utenza: “Una delle finalità principali dello sport, dichiarata dalla maggioranza delle società che si occupano di avviamento giovanile, è riferita all’educazione-formazione di ogni singolo individuo attraverso l’acquisizione di comportamenti di competenza, lealtà, impegno, dedizione e fair-play (Ceciliani, 2008) Oltre gli aspetti di salute psicologica e sociale, lo sport giovanile viene considerato una buona palestra per la salute fisica e per l’educazione verso sani stili di vita, in contrapposizione alla sedentarietà, all’ipocinesi e al conseguente analfabetismo motorio che caratterizza la vita delle attuali giovani generazioni. A tali aspettative l’ambiente sportivo, nel rispetto delle esigenze del bambino, dovrebbe rispondere cercando di suscitare interesse e motivazione verso la pratica costante, anche impegnativa, delle specialità sportive. Quale educazione, dunque, è attesa dall’ambito sportivo? Lo sport è realmente un mezzo formativo o una aspirazione dell’adulto? Per rispondere a tali quesiti è necessario interrogarsi sul senso che diamo alla finalità ultima della formazione sportiva e, soprattutto, del primo avviamento giovanile. Lo sport, indubbiamente, è una esperienza forte di iniziazione alla vita che coinvolge il senso di autocontrollo e disciplina, il “vivere” la vittoria o la sconfitta come possibile risultato della propria prestazione, la determinazione nel volersi migliorare come motivazione al sacrificio implicito nelle attività di allenamento, la capacità di vivere esperienze emotive e affettive legate alle paure, gioie, all’essere giudicati (Mantegazza, 1999). Questi aspetti, di per sé, non bastano a definire il valore educativo dello sport, piuttosto rappresentano potenzialità educative che devono essere realizzate da un ambiente che sappia stimolarle nell’agire del bambino che in esso si cimenta. E necessario riflettere sulle diverse valenze educative, veicolate dallo sport, in relazione all’età e al livello di pratica sportiva raggiunti: diverso è lo “sport giocato” dei bambini rispetto allo “sport praticato” di ragazzi e adolescenti, di coloro che, per particolari doti, sono disposti ad affrontare gli aspetti addestrativi e selettivi caratterizzanti la competizione. Il termine “sport giocato” è utilizzato consapevolmente per richiamare, in forma sintetica ma chiara, l’orientamento pedagogico che deve guidare il primo approccio del bambino nell’ambito sportivo: lo sport non può che partire dal gioco per giungere, successivamente e nel tempo, alla sua veste adulta, quella della competizione prestativa. Proprio su tale filosofia la scuola elementare (oggi scuola primaria) coniò il termine “Giocosport”, a partire dai programmi ministeriali del 1985, per sostituire il termine “minisport” . L’ottavo Congresso Mondiale dello sport, tenutosi a Québec nel maggio 2000, richiama la necessità che la pratica sportiva riacquisti il suo ruolo di strumento formativo che accompagni i cittadini dalla fanciullezza per tutta la vita e sia complementare allo sport di alto livello, non confuso con quest’ultimo. Il Consiglio Europeo di Nizza, 7/8 dicembre 2000, ribadisce come la promozione dello sport per tutti si leghi a funzioni sociali di cui tenere conto nell’attuazione delle politiche comunitarie. In sintesi la cultura sportiva è tale quando abbraccia, senza distinzioni, le vari...

L'orientamento sportivo e l'approccio alla pratica sportiva nella scuola primaria

CECILIANI, ANDREA
2010

Abstract

L’educazione dei bambini, richiamando la famiglia come luogo formativo primario, si avvale di diversi ambiti che, a partire dalla scuola, si allargano all’extrascolastico in una diversificata offerta tra cui spicca l’attività sportiva. Lo sport, in effetti, viene considerato dalle famiglie luogo di educazione e formazione, tanto è vero che ad esso vengono affidati la maggioranza dei bambini, anche in età prescolare. Esiste una diffusa fiducia educativa, che investe lo sport e gli operatori in esso coinvolti (istruttori, allenatori, dirigenti), creando forti aspettative nell’utenza: “Una delle finalità principali dello sport, dichiarata dalla maggioranza delle società che si occupano di avviamento giovanile, è riferita all’educazione-formazione di ogni singolo individuo attraverso l’acquisizione di comportamenti di competenza, lealtà, impegno, dedizione e fair-play (Ceciliani, 2008) Oltre gli aspetti di salute psicologica e sociale, lo sport giovanile viene considerato una buona palestra per la salute fisica e per l’educazione verso sani stili di vita, in contrapposizione alla sedentarietà, all’ipocinesi e al conseguente analfabetismo motorio che caratterizza la vita delle attuali giovani generazioni. A tali aspettative l’ambiente sportivo, nel rispetto delle esigenze del bambino, dovrebbe rispondere cercando di suscitare interesse e motivazione verso la pratica costante, anche impegnativa, delle specialità sportive. Quale educazione, dunque, è attesa dall’ambito sportivo? Lo sport è realmente un mezzo formativo o una aspirazione dell’adulto? Per rispondere a tali quesiti è necessario interrogarsi sul senso che diamo alla finalità ultima della formazione sportiva e, soprattutto, del primo avviamento giovanile. Lo sport, indubbiamente, è una esperienza forte di iniziazione alla vita che coinvolge il senso di autocontrollo e disciplina, il “vivere” la vittoria o la sconfitta come possibile risultato della propria prestazione, la determinazione nel volersi migliorare come motivazione al sacrificio implicito nelle attività di allenamento, la capacità di vivere esperienze emotive e affettive legate alle paure, gioie, all’essere giudicati (Mantegazza, 1999). Questi aspetti, di per sé, non bastano a definire il valore educativo dello sport, piuttosto rappresentano potenzialità educative che devono essere realizzate da un ambiente che sappia stimolarle nell’agire del bambino che in esso si cimenta. E necessario riflettere sulle diverse valenze educative, veicolate dallo sport, in relazione all’età e al livello di pratica sportiva raggiunti: diverso è lo “sport giocato” dei bambini rispetto allo “sport praticato” di ragazzi e adolescenti, di coloro che, per particolari doti, sono disposti ad affrontare gli aspetti addestrativi e selettivi caratterizzanti la competizione. Il termine “sport giocato” è utilizzato consapevolmente per richiamare, in forma sintetica ma chiara, l’orientamento pedagogico che deve guidare il primo approccio del bambino nell’ambito sportivo: lo sport non può che partire dal gioco per giungere, successivamente e nel tempo, alla sua veste adulta, quella della competizione prestativa. Proprio su tale filosofia la scuola elementare (oggi scuola primaria) coniò il termine “Giocosport”, a partire dai programmi ministeriali del 1985, per sostituire il termine “minisport” . L’ottavo Congresso Mondiale dello sport, tenutosi a Québec nel maggio 2000, richiama la necessità che la pratica sportiva riacquisti il suo ruolo di strumento formativo che accompagni i cittadini dalla fanciullezza per tutta la vita e sia complementare allo sport di alto livello, non confuso con quest’ultimo. Il Consiglio Europeo di Nizza, 7/8 dicembre 2000, ribadisce come la promozione dello sport per tutti si leghi a funzioni sociali di cui tenere conto nell’attuazione delle politiche comunitarie. In sintesi la cultura sportiva è tale quando abbraccia, senza distinzioni, le vari...
72
9788890212895
Ceciliani A.
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