"Ma che cosa avveniva nei casi in cui il garzone di bottega o l’apprendista si prestava a far da modello al pittore per qualche personaggio della sua opera? Quasi certamente anche in questo caso le dinamiche psichiche dovevano essere ridotte ai minimi termini. Del resto, non ci troviamo neppure di fronte a dei veri e propri ritratti, che presuppongono, come si diceva, una coincidenza tra l’immagine e il nome del ritrattato. Da parte del pittore, non ci poteva essere nessuna intenzione di entrare nella psicologia del ritrattato (se mai sarebbe dovuto entrare in quella del personaggio che l’opera rappresentava): in questi casi il modello non era molto di più di un semplice ferro del mestiere e dunque privo di ogni spessore soggettivo, legato alla sua specificità individuale. Ciò è provato da quanto ricorda Sara Ugolini a proposito delle differenze che si osservano nei passaggi dai disegni preparatori (dove si conserva una traccia riconoscibile del momento della posa e della fisionomia del modello) all’opera finita, in cui la realtà concreta e fisica del soggetto utilizzato come modello viene del tutto cancellata. Nella maggior parte dei casi, non sono ipotizzabili implicazioni psichiche profonde neppure nel modello, in quanto essendo egli parte integrante dell’universo della bottega e della logica della produzione, doveva vivere la posa come un fatto del tutto naturale. Anche se non potevano mancare, in alcuni casi, sensazioni di deprivazione, sia psicologica che soprattutto fisica, dovuta alla stanchezza per pose lunghe e scomode. Ma ciò era la conseguenza di uno stato di completa soggezione e dipendenza, che riguardava in generale la condizione sociale del garzone. (...)"

Pittori, garzoni, modelli (e modelle) alla luce della psicologia del ritratto

FERRARI, STEFANO
2010

Abstract

"Ma che cosa avveniva nei casi in cui il garzone di bottega o l’apprendista si prestava a far da modello al pittore per qualche personaggio della sua opera? Quasi certamente anche in questo caso le dinamiche psichiche dovevano essere ridotte ai minimi termini. Del resto, non ci troviamo neppure di fronte a dei veri e propri ritratti, che presuppongono, come si diceva, una coincidenza tra l’immagine e il nome del ritrattato. Da parte del pittore, non ci poteva essere nessuna intenzione di entrare nella psicologia del ritrattato (se mai sarebbe dovuto entrare in quella del personaggio che l’opera rappresentava): in questi casi il modello non era molto di più di un semplice ferro del mestiere e dunque privo di ogni spessore soggettivo, legato alla sua specificità individuale. Ciò è provato da quanto ricorda Sara Ugolini a proposito delle differenze che si osservano nei passaggi dai disegni preparatori (dove si conserva una traccia riconoscibile del momento della posa e della fisionomia del modello) all’opera finita, in cui la realtà concreta e fisica del soggetto utilizzato come modello viene del tutto cancellata. Nella maggior parte dei casi, non sono ipotizzabili implicazioni psichiche profonde neppure nel modello, in quanto essendo egli parte integrante dell’universo della bottega e della logica della produzione, doveva vivere la posa come un fatto del tutto naturale. Anche se non potevano mancare, in alcuni casi, sensazioni di deprivazione, sia psicologica che soprattutto fisica, dovuta alla stanchezza per pose lunghe e scomode. Ma ciò era la conseguenza di uno stato di completa soggezione e dipendenza, che riguardava in generale la condizione sociale del garzone. (...)"
2010
Immagini del bambino e dell'adolescente nel Rinascimento. Percorsi evolutivi nell'arte toscana
125
142
Stefano Ferrari
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