Guardando oggi le prime fotografie che i pionieri realizzarono tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, ci colpisce l’entusiasmo e lo stupore con cui questi uomini di scienza (e non di arte, almeno inizialmente) compresero di avere tra le mani qualcosa che avrebbe cambiato per sempre e per tutti il modo di vedere, di documentare e, soprattutto, di pensare il mondo. Ce lo dicono, oltre agli epistolari e alle memorie che hanno lasciato, i loro sguardi puntati non su soggetti strani e bizzarri, ma sull’affascinante e straniante realtà tale e quale che quello strumento, per la prima volta con mezzi tecnologici e non manuali, mostrava di saper riprodurre e moltiplicare. Così, i soggetti che i primi fotografi catturarono furono tavole imbandite, prospettive architettoniche dei loro dintorni di casa, scorci dell’orizzonte, scope appoggiate a muri scrostati, stoviglie su mensole, nature morte di oggetti. Erano scienziati e non sentivano l’ansia della concorrenza con la pittura, con il quadro. A loro bastava sentire che il miracolo dello specchio congelato aveva finalmente trovato la formula magica per manifestarsi. Bastava cioè la realtà rivelata, nel suo semplice offrirsi a un obiettivo automatico, nel suo farsi prelievo oggettuale cristallizzato per sempre. Le limitazioni della tecnica fotografica delle origini favorirono poi, per necessità, la semplicità dei soggetti e le pose lente. Non potendo, per diversi anni, fermare le immagini in movimento, i primi fotografi esclusero dal loro orizzonte di interesse tutto ciò che era di fatto legato allo scorrere della vita in modo frenetico e dinamico. Contrariamente, dunque, a ciò che si sarebbe portati a pensare, la fotografia nacque lenta, addirittura lentissima. E questa attrazione verso la posa lenta, verso i tempi lunghi di realizzazione di una performance fotografica, ancora oggi rimanda a un’idea di fotografia che non gareggia con il tempo per sottrargli istanti colti al volo, ma che va anzi alla ricerca di un equilibrio perfetto, esteso in una durata che si può dilatare potenzialmente all’infinito. Il filosofo tedesco Walter Benjamin, parlando delle caratteristiche tecniche della fotografia delle origini, attribuiva alle sue limitazioni l’idea che i soggetti sembrassero crescere “insieme e dentro l’immagine”, per non esserne catapultati fuori ma, anzi, di “sprofondare al suo interno”. Questa aspirazione a sprofondare nell’immagine e nel soggetto è ciò che ho avvertito guardando per la prima volta le fotografie di Susanna Pozzoli.

La realtà rivelata nel tempo. La fotografia di Susanna Pozzoli

F. Muzzarelli
2021

Abstract

Guardando oggi le prime fotografie che i pionieri realizzarono tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, ci colpisce l’entusiasmo e lo stupore con cui questi uomini di scienza (e non di arte, almeno inizialmente) compresero di avere tra le mani qualcosa che avrebbe cambiato per sempre e per tutti il modo di vedere, di documentare e, soprattutto, di pensare il mondo. Ce lo dicono, oltre agli epistolari e alle memorie che hanno lasciato, i loro sguardi puntati non su soggetti strani e bizzarri, ma sull’affascinante e straniante realtà tale e quale che quello strumento, per la prima volta con mezzi tecnologici e non manuali, mostrava di saper riprodurre e moltiplicare. Così, i soggetti che i primi fotografi catturarono furono tavole imbandite, prospettive architettoniche dei loro dintorni di casa, scorci dell’orizzonte, scope appoggiate a muri scrostati, stoviglie su mensole, nature morte di oggetti. Erano scienziati e non sentivano l’ansia della concorrenza con la pittura, con il quadro. A loro bastava sentire che il miracolo dello specchio congelato aveva finalmente trovato la formula magica per manifestarsi. Bastava cioè la realtà rivelata, nel suo semplice offrirsi a un obiettivo automatico, nel suo farsi prelievo oggettuale cristallizzato per sempre. Le limitazioni della tecnica fotografica delle origini favorirono poi, per necessità, la semplicità dei soggetti e le pose lente. Non potendo, per diversi anni, fermare le immagini in movimento, i primi fotografi esclusero dal loro orizzonte di interesse tutto ciò che era di fatto legato allo scorrere della vita in modo frenetico e dinamico. Contrariamente, dunque, a ciò che si sarebbe portati a pensare, la fotografia nacque lenta, addirittura lentissima. E questa attrazione verso la posa lenta, verso i tempi lunghi di realizzazione di una performance fotografica, ancora oggi rimanda a un’idea di fotografia che non gareggia con il tempo per sottrargli istanti colti al volo, ma che va anzi alla ricerca di un equilibrio perfetto, esteso in una durata che si può dilatare potenzialmente all’infinito. Il filosofo tedesco Walter Benjamin, parlando delle caratteristiche tecniche della fotografia delle origini, attribuiva alle sue limitazioni l’idea che i soggetti sembrassero crescere “insieme e dentro l’immagine”, per non esserne catapultati fuori ma, anzi, di “sprofondare al suo interno”. Questa aspirazione a sprofondare nell’immagine e nel soggetto è ciò che ho avvertito guardando per la prima volta le fotografie di Susanna Pozzoli.
Venetian Way
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F.Muzzarelli
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