Cosa significa educare al pensiero al tempo dell’individualismo, delle semplificazioni e della prestazione? Di quale pensiero stiamo parlando? Del ragionamento logico, delle capacità argomentative, dell’immaginazione o del pensiero che si prende cura? Certamente di un pensiero che comprende tutte queste dimensioni, nel loro intrecciarsi e nel loro farsi spazio nelle diverse pieghe dell’esistenza umana. Un pensiero “complesso”, direbbe Lipman, o “ecologico”, direbbe Bateson, che non semplifica ma cerca di chiarire, che non divide ma cerca di connettere. Si può educare a questo tipo di pensiero e, se sì, come? Ma, soprattutto, quando? E dove? È questo un tipo di pensiero di cui l’infanzia può nutrirsi o, piuttosto, è questo un pensiero di cui l’infanzia può farsi portavoce perché ne è maestra? Con esplicito riferimento alla Philosophy of Childhood e alle riflessioni proposte dai suoi autori, ci si interroga, più che sull’educazione al pensiero sin dall’infanzia (di cui, indubbiamente, si riconosce l’importanza), su quanto il tempo dell’infanzia possa essere in sintonia con un certo modo di pensare – in linea con quella complessità di cui sopra – e su quanto il rispetto, da parte degli adulti, dei diritti di bambine e bambine a vivere la propria infanzia incoraggi l’emergere di quell’intreccio di domande, risposte e riflessioni che indagano le profondità e i piani opachi dell’esistenza. Rovesciando la prospettiva, dunque, ci si interroga, per una volta, su quanto l’infanzia possa insegnare anziché apprendere o, per dirla meglio, su quali processi di co-costruzione e arricchimento del pensiero possano coinvolgere adulti e bambini, insieme, all’interno di uno spazio di comunità educante che rifiuta gerarchie di potere epistemico e nutre l’ascolto, la cura e la partecipazione.

Il tempo dell'infanzia come possibilità di educazione al pensiero

S. Demozzi
2021

Abstract

Cosa significa educare al pensiero al tempo dell’individualismo, delle semplificazioni e della prestazione? Di quale pensiero stiamo parlando? Del ragionamento logico, delle capacità argomentative, dell’immaginazione o del pensiero che si prende cura? Certamente di un pensiero che comprende tutte queste dimensioni, nel loro intrecciarsi e nel loro farsi spazio nelle diverse pieghe dell’esistenza umana. Un pensiero “complesso”, direbbe Lipman, o “ecologico”, direbbe Bateson, che non semplifica ma cerca di chiarire, che non divide ma cerca di connettere. Si può educare a questo tipo di pensiero e, se sì, come? Ma, soprattutto, quando? E dove? È questo un tipo di pensiero di cui l’infanzia può nutrirsi o, piuttosto, è questo un pensiero di cui l’infanzia può farsi portavoce perché ne è maestra? Con esplicito riferimento alla Philosophy of Childhood e alle riflessioni proposte dai suoi autori, ci si interroga, più che sull’educazione al pensiero sin dall’infanzia (di cui, indubbiamente, si riconosce l’importanza), su quanto il tempo dell’infanzia possa essere in sintonia con un certo modo di pensare – in linea con quella complessità di cui sopra – e su quanto il rispetto, da parte degli adulti, dei diritti di bambine e bambine a vivere la propria infanzia incoraggi l’emergere di quell’intreccio di domande, risposte e riflessioni che indagano le profondità e i piani opachi dell’esistenza. Rovesciando la prospettiva, dunque, ci si interroga, per una volta, su quanto l’infanzia possa insegnare anziché apprendere o, per dirla meglio, su quali processi di co-costruzione e arricchimento del pensiero possano coinvolgere adulti e bambini, insieme, all’interno di uno spazio di comunità educante che rifiuta gerarchie di potere epistemico e nutre l’ascolto, la cura e la partecipazione.
Contesti per pensare. Riflessioni su pedagogia, indagine filosofica e comunità di ricerca
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S.Demozzi
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