Negli album fotografici di Milena Pavlovic Barilli sono racchiusi i ricordi di una vita intensa, originale, complicata. Milena ha imparato presto il rituale delle separazioni e delle riconciliazioni: vive in una terra sospesa tra ambizioni europee e rivendicazioni nazionaliste, dove i figli delle famiglie benestanti vengono inviati all’estero, Germania e Austria soprattutto, per formarsi una cultura d’avanguardia. Dunque i viaggi, il nomadismo esistenziale fanno parte del suo bagaglio di esperienze generazionali ma anche personali, dal momento che la madre (la serba Danitza Pavlovic) e il padre (il compositore italiano Bruno Barilli), vivranno sempre un rapporto alimentato dalla malinconia della distanza e dalle frustrazioni derivanti dalla difficoltà di essere una famiglia fuori dall’ordinario. La fotografia è un oggetto estremamente malinconico e crepuscolare, così la definiva già Susan Sontag, e per questo molto adatta a diventare strumento di sublimazione affettiva per rapporti difficili, interrotti e dolorosi. L’album di ricordi di Milena rappresenta il contenitore dei frammenti grazie ai quali è possibile riannodare i fili, ricostruire i tracciati di cui è costellata la sua vita. I riflessi derivanti dalle immagini fotografiche sono a tutti necessari per istituire il mosaico della memoria come attestazione della propria esistenza, del proprio essere al mondo, ma per Milena anche come vincolo statutario di quei legami, quelle discendenze, così difficili da sostenere e conservare nella vita di tutti i giorni. E non è un caso infatti che sia stata probabilmente la madre Danitza a organizzare e a tentare di ricostruire il senso e i giorni della vita della figlia tramite i documenti e soprattutto le fotografie rimaste nella casa di famiglia nella serba Pozarevac. “Attraverso la fotografia ogni famiglia si costruisce una cronaca illustrata di se stessa, un corredo portatile d’immagini che attestano la sua compattezza”. Ecco Milena e Danitza non potevano certo contare sulla compattezza del loro piccolo e traballante nucleo famigliare, ma la bellissima metafora del corredo portatile è perfetta per descrivere quel bisogno di fotografie “viaggianti”, che potessero anche comunicare in potenza senza essere viste, vive solo nel ricordo scolorito di ognuno, negli anni della lontananza sofferta, e che dovevano provare ad alleviare all’una e all’altra il peso di un destino difficile. E tantissimi sono i riferimenti alla fotografia che punteggiano la storia di Milena e che sono contenuti nello scritto che le ha dedicato Adele Mazzola. Viene infatti definita da subito, e ironicamente, “la bambina più fotografata di tutto il regno” grazie soprattutto allo zio Draga che pare le chiedesse instancabilmente di posare per lui. Ma quando lo zio Draga muore in guerra Milena cerca nella fotografia la sua presenza paradossale, virtuale: apre di nascosto l’album con i ritratti in divisa da ufficiale e lo bacia come si bacia una reliquia, un oggetto appartenuto alla persona amata che ci ha lasciato. È ancora bambina eppure d’istinto, o forse perché visto fare dagli adulti di famiglia, Milena intuisce il potere evocativo della fotografia, mette in pratica quella forma di mantenimento ontologico sul quale già rifletteva lucidamente Andrè Bazin quando osservava che “tutte le arti sono fondate sulla presenza dell’uomo, solo nella fotografia ne godiamo l’assenza”.

Nell'album di ricordi

MUZZARELLI, FEDERICA
2009

Abstract

Negli album fotografici di Milena Pavlovic Barilli sono racchiusi i ricordi di una vita intensa, originale, complicata. Milena ha imparato presto il rituale delle separazioni e delle riconciliazioni: vive in una terra sospesa tra ambizioni europee e rivendicazioni nazionaliste, dove i figli delle famiglie benestanti vengono inviati all’estero, Germania e Austria soprattutto, per formarsi una cultura d’avanguardia. Dunque i viaggi, il nomadismo esistenziale fanno parte del suo bagaglio di esperienze generazionali ma anche personali, dal momento che la madre (la serba Danitza Pavlovic) e il padre (il compositore italiano Bruno Barilli), vivranno sempre un rapporto alimentato dalla malinconia della distanza e dalle frustrazioni derivanti dalla difficoltà di essere una famiglia fuori dall’ordinario. La fotografia è un oggetto estremamente malinconico e crepuscolare, così la definiva già Susan Sontag, e per questo molto adatta a diventare strumento di sublimazione affettiva per rapporti difficili, interrotti e dolorosi. L’album di ricordi di Milena rappresenta il contenitore dei frammenti grazie ai quali è possibile riannodare i fili, ricostruire i tracciati di cui è costellata la sua vita. I riflessi derivanti dalle immagini fotografiche sono a tutti necessari per istituire il mosaico della memoria come attestazione della propria esistenza, del proprio essere al mondo, ma per Milena anche come vincolo statutario di quei legami, quelle discendenze, così difficili da sostenere e conservare nella vita di tutti i giorni. E non è un caso infatti che sia stata probabilmente la madre Danitza a organizzare e a tentare di ricostruire il senso e i giorni della vita della figlia tramite i documenti e soprattutto le fotografie rimaste nella casa di famiglia nella serba Pozarevac. “Attraverso la fotografia ogni famiglia si costruisce una cronaca illustrata di se stessa, un corredo portatile d’immagini che attestano la sua compattezza”. Ecco Milena e Danitza non potevano certo contare sulla compattezza del loro piccolo e traballante nucleo famigliare, ma la bellissima metafora del corredo portatile è perfetta per descrivere quel bisogno di fotografie “viaggianti”, che potessero anche comunicare in potenza senza essere viste, vive solo nel ricordo scolorito di ognuno, negli anni della lontananza sofferta, e che dovevano provare ad alleviare all’una e all’altra il peso di un destino difficile. E tantissimi sono i riferimenti alla fotografia che punteggiano la storia di Milena e che sono contenuti nello scritto che le ha dedicato Adele Mazzola. Viene infatti definita da subito, e ironicamente, “la bambina più fotografata di tutto il regno” grazie soprattutto allo zio Draga che pare le chiedesse instancabilmente di posare per lui. Ma quando lo zio Draga muore in guerra Milena cerca nella fotografia la sua presenza paradossale, virtuale: apre di nascosto l’album con i ritratti in divisa da ufficiale e lo bacia come si bacia una reliquia, un oggetto appartenuto alla persona amata che ci ha lasciato. È ancora bambina eppure d’istinto, o forse perché visto fare dagli adulti di famiglia, Milena intuisce il potere evocativo della fotografia, mette in pratica quella forma di mantenimento ontologico sul quale già rifletteva lucidamente Andrè Bazin quando osservava che “tutte le arti sono fondate sulla presenza dell’uomo, solo nella fotografia ne godiamo l’assenza”.
Milena Pavlovic Barilli La Moda nella stanza di un artista
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F.Muzzarelli
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