Il trentennale della stipula della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza - CRC ha fornito l’occasione per stimolare una riflessione più ampia sui concetti stessi di “infanzia/adolescenza e diritti” che sono stati ripensati, ridiscussi, attualizzati, ovvero rimessi in tensione tra loro. Il presente contributo si propone di partecipare al dibattito in corso, utilizzando un approccio teorico legato alla Pedagogia di genere. Va detto che nella CRC i temi di genere non sono esplicitamente citati, compaiono però i due nodi fondamentali: il principio della non-discriminazione sulla base del sesso e l’uguaglianza tra i sessi. Pur riconoscendo la necessità di un’integrazione tra le due categorie di diritti garantiti dalla CRC, quelli di protezione e quelli di autodeterminazione, il contributo si focalizza su questi ultimi perché in chiave educativa, e in senso ampio, possono essere intesi come diritti alla scelta, ovvero miranti all’elaborazione di una progettualità per il futuro non intrappolata dagli stereotipi di genere. Ne discende che sostenere l’autodeterminazione nei soggetti educativi viene a coincidere con uno tra gli obiettivi della formazione: incentivare il processo di costruzione di sé in modo consapevole. Si tratta “solo” di aggiungere la dimensione di genere, per imparare a riconoscere i condizionamenti sociali e culturali legati alla femminilità e alla mascolinità, e per apprendere come arginare/gestire quelli che possono influire negativamente sul proprio itinerario esistenziale. In particolare, la scuola può esercitare un ruolo nell’affiancare le giovani generazioni, dandosi il compito di favorire in ciascuna e ciascuno la capacità di decodificare le “gabbie di genere” prima che diventino un “destino”. Questo può realizzarsi mediante laboratori di educazione di genere che però, nella prassi, non risultano particolarmente diffusi. Il contributo quindi affronta le possibili spiegazioni di questa carenza. Se dal punto di vista legislativo, e da quello delle risorse economiche, ci sono delle certezze, dei provvedimenti che sanciscono la necessità di operare nei contesti educativi verso le pari opportunità, e se in Italia, oggi, nessuno oserebbe dichiarare di essere contro il diritto alla non-discriminazione, tuttavia l’opinione pubblica presenta poi aspetti contraddittori quando si tratta di implementare veramente il discorso a scuola. I diversi attori sociali che si occupano di educazione – scuole, famiglie, associazioni culturali, sportive, risorse del territorio, ecc. – dovrebbero muoversi in modo armonico, stipulando delle alleanze e avendo in mente obiettivi comuni per formare le giovani generazioni. Ma realizzare un “sistema formativo integrato” che sia sensibile al genere è complicato se manca un discorso pubblico su questo, se non c’è la voglia di occuparcene tutti, ciascuno nel proprio settore di responsabilità. Si tratta – seppur faticosamente – di fare rete e proporre l’idea che la collettività affronti l’”argomento genere” in modo capillare, ad es. in raccordo con il mondo dei mass-media e con quello della politica. Nondimeno, è la scuola ad avere un mandato istituzionale, i provvedimenti legislativi esistenti non possono essere elusi a lungo: essa deve attivarsi in modo sistemico e sistematico, sia dal versante della non-discriminazione sia nel versante delle pari opportunità. Questo ovviamente ci ricorda quanto vada ripensata la formazione a proposito dell’educazione di genere delle educatrici e degli/lle insegnanti (durante gli studi o quando sono già in servizio), questione che in Italia, al momento, rimane irrisolta.

"1989-2019: la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e l'educazione di genere"

Silvia Leonelli
2020

Abstract

Il trentennale della stipula della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza - CRC ha fornito l’occasione per stimolare una riflessione più ampia sui concetti stessi di “infanzia/adolescenza e diritti” che sono stati ripensati, ridiscussi, attualizzati, ovvero rimessi in tensione tra loro. Il presente contributo si propone di partecipare al dibattito in corso, utilizzando un approccio teorico legato alla Pedagogia di genere. Va detto che nella CRC i temi di genere non sono esplicitamente citati, compaiono però i due nodi fondamentali: il principio della non-discriminazione sulla base del sesso e l’uguaglianza tra i sessi. Pur riconoscendo la necessità di un’integrazione tra le due categorie di diritti garantiti dalla CRC, quelli di protezione e quelli di autodeterminazione, il contributo si focalizza su questi ultimi perché in chiave educativa, e in senso ampio, possono essere intesi come diritti alla scelta, ovvero miranti all’elaborazione di una progettualità per il futuro non intrappolata dagli stereotipi di genere. Ne discende che sostenere l’autodeterminazione nei soggetti educativi viene a coincidere con uno tra gli obiettivi della formazione: incentivare il processo di costruzione di sé in modo consapevole. Si tratta “solo” di aggiungere la dimensione di genere, per imparare a riconoscere i condizionamenti sociali e culturali legati alla femminilità e alla mascolinità, e per apprendere come arginare/gestire quelli che possono influire negativamente sul proprio itinerario esistenziale. In particolare, la scuola può esercitare un ruolo nell’affiancare le giovani generazioni, dandosi il compito di favorire in ciascuna e ciascuno la capacità di decodificare le “gabbie di genere” prima che diventino un “destino”. Questo può realizzarsi mediante laboratori di educazione di genere che però, nella prassi, non risultano particolarmente diffusi. Il contributo quindi affronta le possibili spiegazioni di questa carenza. Se dal punto di vista legislativo, e da quello delle risorse economiche, ci sono delle certezze, dei provvedimenti che sanciscono la necessità di operare nei contesti educativi verso le pari opportunità, e se in Italia, oggi, nessuno oserebbe dichiarare di essere contro il diritto alla non-discriminazione, tuttavia l’opinione pubblica presenta poi aspetti contraddittori quando si tratta di implementare veramente il discorso a scuola. I diversi attori sociali che si occupano di educazione – scuole, famiglie, associazioni culturali, sportive, risorse del territorio, ecc. – dovrebbero muoversi in modo armonico, stipulando delle alleanze e avendo in mente obiettivi comuni per formare le giovani generazioni. Ma realizzare un “sistema formativo integrato” che sia sensibile al genere è complicato se manca un discorso pubblico su questo, se non c’è la voglia di occuparcene tutti, ciascuno nel proprio settore di responsabilità. Si tratta – seppur faticosamente – di fare rete e proporre l’idea che la collettività affronti l’”argomento genere” in modo capillare, ad es. in raccordo con il mondo dei mass-media e con quello della politica. Nondimeno, è la scuola ad avere un mandato istituzionale, i provvedimenti legislativi esistenti non possono essere elusi a lungo: essa deve attivarsi in modo sistemico e sistematico, sia dal versante della non-discriminazione sia nel versante delle pari opportunità. Questo ovviamente ci ricorda quanto vada ripensata la formazione a proposito dell’educazione di genere delle educatrici e degli/lle insegnanti (durante gli studi o quando sono già in servizio), questione che in Italia, al momento, rimane irrisolta.
I diritti dell’infanzia in prospettiva pedagogica. Equità, inclusione e partecipazione a 30 anni dalla CRC
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Silvia Leonelli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/781338
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